Gioco
Raccolte in un libro di medicina narrativa le emozioni degli infermieri in prima linea
Moira Arcangeli, coordinatrice alle cure intermedie della Crocetta: «Niente delle nostre esperienze dovrà andare perduto»
Pistoia
Nessuno potrà far finta che tutto torni come prima, finita l'emergenza da Covid-19. Soprattutto gli operatori sanitari che sono stati a contatto con i malati e spesso sono stati i soli a dar loro l'ultimo conforto prima di morire. Lo sa bene Moira Arcangeli, coordinatore infermieristico di Emodialisi Immunoematologia e Cure Intermedie della Crocetta a Pistoia.
Come avete gestito la paura del contagio?
«Abbiamo avuto paura, perché la paura è una delle emozioni primarie che ci permettono di sopravvivere all’ambiente che ci circonda, tanto più se l’insidia non è tangibile. Quando tutto è iniziato, abbiamo avuto paura di ciò che non conoscevamo, poi come insito, oserei dire nel Dna degli infermieri, irrazionalmente la paura si è trasformata in “sfida”. Perché quando abbiamo paura ci ritraiamo indietro dalla vita e noi questa vita l’abbiamo dovuta difendere».
Cosa rimarrà di questa esperienza negli operatori sanitari?
«Alla fine di questo percorso noi infermieri avremmo bisogno di un grande contenitore per riporvi dentro tutte le emozioni, e di tanti giorni da vivere per raccontarle. Ci siamo detti che niente deve andare perso e dietro ad un’idea di un collega, il dottor Francesco Branchetti coordinatore infermieristico del setting B medico, abbiamo deciso di raccogliere tutte queste emozioni in un libro, che sarà una sorta di medicina narrativa. Racconteremo storie di persone e di giorni surreali che ci siamo trovati a vivere. Racconteremo ciò che siamo stati, come siamo diventati e come ripartiremo.
La parola “emozione” ricorre spesso nei suoi racconti. Che cos’è per lei una emozione?
«Direi che nella nostra professione molto spesso le parole non bastano per poter descrivere un’emozione. A maggior ragione il Covid ci ha insegnato subito che dovevamo imparare a decodificare in modalità diversa il relazionarsi all’altro. Abbiamo dovuto indossare camici, maschere, visiere e, per trasmettere sentimenti, abbiamo avuto solo i nostri occhi e le nostre mani. Gli occhi di un infermiere esprimono tutto e abbiamo fatto in modo che sorridessero sempre. Con le mani abbiamo stretto mani e, quando non abbiamo saputo dare nome a quell’emozione, l’abbiamo vissuta».
Secondo la sua esperienza, l’Azienda sanitaria locale ha fatto il possibile affinché gli operatori lavorino in sicurezza?
«Mi sento di poter affermare di sì. Siamo sempre stati sostenuti dalla nostra direzione aziendale, non sono mancati i mezzi di protezione e le sicurezze nei luoghi di lavoro. Voglio ringraziare la direzione infermieristica, il dottor Paolo Cellini, direttore infermieristico di Soc, e la dottoressa Monica Chiti, la nostra dirigente infermieristica che fino dal primo momento ha saputo coordinarci e supportarci facendoci sentire un’unica entità professionale. Di tutti noi coordinatori ha saputo valorizzare le potenzialità dando vita ad un gruppo di lavoro che rimarrà nel tempo». —
Carlo Bardini
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