Gioco
Imputati collegati a distanza e avvocati con le mascherine
Stefano Maccioni, legale della provincia di Pistoia impegnato a Roma nel processo per la morte del carabiniere Mario Cerciello Rega, racconta come cambiano i processi
pistoia
Dalla provincia di Pistoia al foro romano. Stefano Maccioni, classe 1965, originario di Pieve a Nievole, risiede a Roma dal 1991, anche se il suo cuore non ha mai dimenticato le origini toscane. Nel 2020 ha raggiunto l’importante traguardo di 25 anni di carriera da avvocato penalista. Nel suo cursus honorum è stato impegnato soprattutto a rappresentare le vittime dei reati. È stato parte civile in noti processi che vanno dal caso Cucchi a quello cosiddetto di “Mafia Capitale”, da quello per il crollo della Torre Piloti a Genova a quello per la strage di Viareggio. Inoltre, ha prevalentemente svolto la propria attività nell’ambito della responsabilità medica, nel cui ambito ha scritto anche alcuni libri. Nei giorni scorsi Maccioni, in rappresentanza dell’Associazione Vittime del Dovere, costituitasi parte civile, è stato presente in Corte d’Assise per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ucciso a fine luglio, per cause ancora da chiarire. Accusati dell’omicidio sono due giovani statunitensi.
Una udienza filtro, per l’ammissione delle prove, si è svolta in una sorta di clima surreale con i giudici togati e popolari, muniti di mascherine e di guanti in lattice bianchi, verdi e azzurri. Gli avvocati presenti con la toga erano muniti anche essi di mascherina ed erano distanziati l’uno dall’altro di un metro e mezzo canonico, separati da una sedia. Assolutamente bandite le strette di mano e gli altri gesti consueti che accomunano la professione forense. I due giovani imputati erano collegati a distanza dai rispettivi carceri di Regina Coeli e di Rebibbia, mentre gli interpreti di lingua inglese si trovavano in aula e lavoravano su una connessione da remoto con il telefono.
«Ho provato una sensazione particolare – ha spiegato il legale – e non avrei mai pensato di assistere ad una udienza svoltasi con queste modalità, in un tribunale semideserto, con la nostra unica aula aperta, oltre a quella di convalida degli arresti. Infatti i processi ordinari, che vedono imputati non sottoposti a misure cautelari, sono sospesi fino all’11 maggio, mentre proseguono i processi con imputati detenuti. La nostra prossima udienza è fissata il 29 aprile in Corte d’Assise. È molto più complicato lavorare in questo modo, con il timore di contrarre il coronavirus, nonostante le misure precauzionali e la presenza di dispenser con gel disinfettante fuori dalle aule per disinfettarsi le mani. Si avverte una certa tensione nell’aria – ha aggiunto Maccioni – a cui si aggiunge il fastidio delle mascherine, che impediscono di parlare correttamente e complicano in parte lo svolgimento ordinario delle udienze».
«Spero che questa situazione di emergenza sanitaria finisca presto – ha concluso – e mi auguro che si possa tornare quanto prima alla normalità. Comunque è innegabile l’impatto profondo a livello economico e giudiziario. Sicuramente i tempi dei processi saranno allungati a causa di questo stop forzato di oltre tre mesi e il danno maggiore sarà subito soprattutto dalle vittime del reato che dovranno attendere maggiormente per ottenere giustizia». –
E. G.
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