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Pistoia

«I malati Covid-19 chiedono un sorriso li accontentiamo con lo sguardo»

Giulia Gonfiantini
«I malati Covid-19 chiedono un sorriso li accontentiamo con lo sguardo»

Giulia Ricciarelli, infermiera, è stata assunta al San Jacopo per far fronte all’epidemia: «Ho incontrato colleghi speciali»

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Pistoia

A volte la cosa di cui c'è più bisogno è un sorriso. «Ogni tanto qualcuno lo chiede e allora noi sorridiamo anche con gli occhi, sotto la mascherina», racconta Giulia Ricciarelli, infermiera trentenne all'ospedale San Jacopo. Pistoiese, è stata assunta nel corso delle ultime settimane per far fronte all'emergenza.

«Mi sono laureata due anni fa e all’ospedale di Pistoia avevo fatto sia il tirocinio sia un periodo di lavoro a tempo determinato - spiega - ma poi, dopo aver superato il concorso i primi di febbraio, pensavo che prima di entrare in servizio sarebbe passato un bel po' di tempo. Invece, mi sono ritrovata in poche settimane a lavorare esattamente dove desideravo, a un passo da casa. Stavo progettando un viaggio in Perù e in Bolivia con il mio fidanzato, mentre ora sono di supporto a uno dei primi reparti divenuti Covid».

Come vive questa situazione?

«Anche se avevo già fatto un po' di esperienza in questo ospedale, i primi giorni non sono stati facili dal punto di vista emotivo. Fortunatamente tra colleghi c'è un clima di grande solidarietà e aiuto reciproco. Le protezioni che indossiamo fanno sudare, siamo vestiti da capo a piedi e abbiamo la doppia mascherina, ciò è impegnativo anche fisicamente. A chi chiede un sorriso, lo facciamo con gli occhi; a volte gli anziani, ad esempio, all'inizio si sentono disorientati e non si rendono conto del perché non vedono i familiari».

Come vi rapportate ai pazienti?

«Abbiamo a disposizione il supporto psicologico, penso che anche per chi è più esperto non sia semplice uscire da lavoro e lasciarsi tutto alle spalle. Io i primi giorni tornavo a casa apparentemente tranquilla, ma poi scoppiavo a piangere a dirotto davanti alle notizie del telegiornale: mi tornavano alla mente le persone incontrate in reparto, come una signora che grazie a una mia collega disse addio alla figlia per telefono. Non è facile».

Cosa la colpisce di più dell'emergenza?

«Mi immedesimo in chi è ricoverato, penso cosa accadrebbe se ci fosse uno dei miei familiari, alla paura di non poter rivedere i propri affetti, anche se magari poi si guarisce. Dal punto di vista lavorativo tra colleghi ci sosteniamo. Per il resto spero che l'emergenza sia superata presto».

Come vi sostenete tra colleghi?

«Quando entriamo ci mettiamo le tute, dove sopra c'è scritto il nostro nome: alcuni provengono da altri reparti oppure sono neoassunti come me. Ci aiutiamo moltissimo tra di noi. La coordinatrice e le persone che lavorano qui sono speciali, tutti stanno dando il massimo».

Avrebbe preferito entrare in servizio in un momento diverso?

«No, sono felice di dare il mio contributo. Quando mi hanno convocata avevo già un contratto da un'altra parte e, dato che si trattava di una chiamata in emergenza, avrei potuto rifiutarla senza perdere il posto in graduatoria aspettando così una fase più tranquilla. Ma qui mi sento più utile».

Dalla città vi arrivano tante manifestazioni d'affetto.

«Quello che facciamo è ciò che in realtà gli infermieri fanno sempre, pur lavorando in sicurezza nel nostro lavoro siamo esposti tutti i giorni. Personalmente non mi sento né speciale né mi sembra di fare qualcosa di diverso dal solito, ma le dimostrazioni d'affetto fanno piacere e danno la carica». —

Giulia Gonfiantini

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