Gioco
Aziende in affanno chiesta in provincia cassa integrazione per 600 lavoratori
Luisella Brotini (Filcams Cgil): «È soltanto l’inizio, i numeri stanno salendo e sono destinati a triplicare»
pistoia
La moglie è operatrice museale, il marito lavora in un pub di Prato. Lei è assunta con un contratto a chiamata, lui è proprietario del locale.
«Come si fa a pagare l’affitto?», confessa al “Tirreno” la ragazza che vuole restare anonima. La coppia pistoiese non sa come fare ad arrivare in fondo al mese e s’interroga sui possibili aiuti. L’ombrello dell’ammortizzatore sociale potrà attivarsi forse per lei, meno possibilità ha il marito che è un autonomo. Potrebbe essere il Fis, il fondo d’integrazione salariale o la cassa integrazione in deroga.
Storie di famiglie pistoiesi spezzate dall’emergenza economica del coronavirus, rimaste all’improvviso senza reddito e con l’incubo di non riuscire più a mantenersi.
È con queste realtà che si confronta quotidianamente la Filcams Cgil di Pistoia da quanto è scoppiata l’emergenza coronavirus: tutte le mattine il sindacato che rappresenta le categorie nel commercio, servizi, turismo si ritrova sommerso da una valanga di richieste di consultazione, quelle che trasmettono i consulenti per conto delle aziende e sono propedeutici alla firma degli accordi sindacali. All’alba del 18 marzo, a poche ore dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto “Cura Italia”, sulla scrivania della segretaria Luisella Brotini, aveva già ricevuto quasi 600 richieste.
«Ed era solo l’inizio – racconta Brotini – Il trend è destinato a triplicarsi e i numeri stanno salendo in queste ore. La maggior parte delle aziende sta cercando di capire quali ammortizzatori sociali utilizzare nelle pieghe del decreto».
Nello specifico, al 18 marzo veniva richiesto di aprire una procedura di cassa integrazione per 200 lavoratori dell’artigianato (attraverso il fondo di solidarietà bilaterale) soprattutto nel comparto dei servizi alla persona (acconciatori ed estetisti), la cassa integrazione in deroga per un centinaio di persone (imprese sotto i cinque dipendenti), 250 richieste di accesso al Fis.
Non mancano i nodi da sciogliere, motivo per cui ieri mattina i sindacalisti della Cgil Pistoia erano in teleconferenza per approfondire alcune questioni tecniche legate all’applicazione del decreto “Cura Italia”. Tecniche fino a un certo punto perché è in ballo il pagamento degli stipendi.
«La normativa del Fis – chiarisce Davide Chiappinelli della Filcams – prevede che il datore di lavoro anticipi la mensilità che sarà poi recuperata attraverso l’Inps. Il decreto legge stabilisce però il pagamento diretto degli stipendi da parte dell’Inps in condizioni di crisi di liquidità delle aziende».
Nella seconda ipotesi, il rischio è che si accumulino ritardi nel pagamento delle mensilità con pesanti ripercussioni per i lavoratori.
Sono dolori anche nel florovivaismo. Alcuni imprenditori del settore stanno valutando l’accesso alla Cisoa, la cassa per gli operai dell’agricoltura.
«Ipotesi di cassa in deroga anche per i lavoratori avventizi come previsto dal decreto nazionale», sostiene Francesco Baccanelli della Flai Cgil. Dal suo osservatorio risultano in sofferenza anche piccoli laboratori di pasticceria e cioccolateria che hanno sospeso la produzione. È un’economia a due velocità, quella che ruota intorno al settore alimentare pistoiese. L’industria viaggia a pieno ritmo adottando tutte le precauzioni sanitarie possibili: mascherine e guanti in primis, rispetto delle distanze di sicurezza. A soffrire sono soprattutto le piccole realtà. –
Maria Lardara
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
