Italia
Il sindacato vuole cassa integrazione per gli operai dell’Hitachi Rail
Intanto lo stabilimento rimane chiuso, sospeso lo sciopero Il segretario Fim: l’azienda ha fatto una scelta responsabile
PISTOIA
I cancelli di Hitachi Rail restano chiusi: non si entra, non si esce. Ieri le linee produttive hanno avuto uno stop. E lo avranno anche oggi, martedì 17 marzo. La posta in gioco è la tutela della sicurezza e salute di circa 900 lavoratori con una serie di misure: sanificare la fabbrica, riorganizzare il lavoro, incentivare lo smart working fra le figure impiegatizie, attivare la cassa integrazione ordinaria. Si può dire così che sia stato centrato l’obiettivo dello sciopero proclamato giovedì da Fim, Fiom e Uglm nello stabilimento di via Ciliegiole dove ogni giorno entrano dalle 1.200 alle 1.400 persone. Con la chiusura degli stabilimenti viene di fatto sospeso lo sciopero, in attesa che l’azienda convochi le parti sociali.
Intanto, ieri è stato varato dal consiglio dei ministri il decreto “Cura Italia” che introduce la causale speciale “Covid 19” per la cassa integrazione ordinaria, quella cui s’appellano i sindacati per dare un sostegno a 900 dipendenti diretti di Hitachi e 300 unità delle 14 aziende dell’indotto.
«La chiusura del sito produttivo è da considerare un atto di responsabilità da parte dell’azienda», sottolinea Jury Citera, segretario Fim Toscana Nord, che ieri mattina è stato impegnato in una videoconferenza con i colleghi di Fiom e Uglm per definire un pacchetto di proposte da avanzare al gruppo giapponese.
Sul piatto delle rivendicazioni, la richiesta di smart working per 420 impiegati e la cassa integrazione ordinaria per 850 operai della produzione, sia dell’azienda madre che delle imprese dell’indotto. Questo fra l’altro sarebbe il periodo d’oro per le commesse di Hitachi: lo stop alle linee di produzione fino a nuova comunicazione si è reso necessario dopo il protocollo siglato tra governo, Confindustria e sindacati che prevedeva il ricorso agli ammortizzatori sociali, la riduzione o sospensione dell’attività per garantire la sicurezza dei lavoratori.
Fra le altre proposte, la creazione di un’unità di crisi sindacale e aziendale che veda all’interno un membro Rsu (rappresentanza sindacale unitaria) e Rls (rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) per ogni sigla.
Quattro i reparti considerati a rischio: carpenteria, allestimento, collaudo e magazzino merci. Poi ci sono le lavorazioni a coppia come il montaggio delle cappelliere: sembrerebbe impossibile, insomma, attuare le disposizioni sul contenimento dell’epidemia come il rispetto del metro di distanza. I sindacati attendono la chiamata dell’azienda fra oggi e domani anche per valutare l’orizzonte temporale di eventuali ammortizzatori sociali.
«Al momento non abbiamo una richiesta esatta – riprende Citera – Dobbiamo capire prima cosa ci dirà l’azienda. Non c’è solo il fattore sanitario, ma anche quello psicologico dei lavoratori».
C’è la paura del contagio, c’è la paura di lavorare in condizioni di inevitabile stress psicologico. Eppure l’epidemia da coronavirus non ferma l’industria meccanica pistoiese. Le aziende del settore si rimettono in gioco con processi di riorganizzazione aziendale condivisi con le rappresentanze sindacali unitarie. Succede all’interno della Cima Impianti e della Meoni & Bartoletti, due realtà industriali che si trovano a poca distanza l’una dall’altra, in via Gora e Barbatole. La prima produce impianti per la ricostruzione di pneumatici, la seconda è specializzata nel settore automotive, oleodinamica, motociclistica, elettronica. «Massima collaborazione – conclude la Fim – per rivedere l’organizzazione in un’ottica di sicurezza per i lavoratori, anche con accordi interni». –
Maria Lardara
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