Il Tirreno

Pistoia

Coronavirus, non andrà tutto bene per l'economia

Luca Daddi
Piazza del Duomo a Pistoia (Foto Gori)
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Piazza del Duomo a Pistoia (Foto Gori)

L'emergenza sanitaria si è trasformata in economica e rischia di diventare una crisi sociale anche in provincia di Pistoia

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PISTOIA. No, non andrà tutto bene. Lo sappiamo, ma cerchiamo di scacciare il pensiero e ci consoliamo con l’ottimismo della volontà quel tanto che basta, finché poi – parafrasando Antonio Gramsci – arriva il pessimismo della ragione a riportarci con i piedi per terra. Guardiamo a Pistoia, per esempio, e al suo settore economico caratteristico: il vivaismo. Il coronavirus non c’entra nulla con le piante (Luca Magazzini, presidente dell’Avi, dixit), eppure il mercato interno è azzerato e l’export in forte difficoltà (copyright Fabrizio Tesi, presidente di Coldiretti). Brutalmente: con il necessario blocco del Paese sta andando tutto a rotoli, a tal punto che, in assenza di una svolta rispetto a questa maledetta crisi sanitaria diventata economica, il nostro sistema produttivo – non soltanto il vivaismo, ma anche tutti gli altri comparti dell’economia locale, a partire dal turismo – verrà messo presto all’angolo del ring (anzi, lo è già) e i suoi connotati saranno rifatti come quelli di un pugile suonato che non si regge in piedi.

Potremo sconfiggere il virus (lo vuole la scienza, lo pretende l’ottimismo della volontà), ma rischiamo di arrivare nudi al traguardo, con comunità devastate dalla crisi economica e con destini personali stravolti, come quelli dei lavoratori che nel frattempo avranno perso il posto; o come quelli di artigiani e imprenditori che saranno stati costretti a ridimensionare l’attività o addirittura a chiuderla, vedendo andare in fumo i sacrifici di una vita.

Allora, se l’emergenza sanitaria è giustamente in testa alle priorità, non possiamo dimenticare l’altrettanto drammatica emergenza economica. Istituzioni europee e governo stanno intervenendo, ma d’ora in poi il tema deve essere anche sulla copertina dell’agenda di tutte le amministrazioni locali. Che non possono fare miracoli di fronte a uno tsunami del genere, ma hanno il dovere – alcuni Comuni lo stanno già facendo – di rimanere vicini, con scelte concrete, alle realtà produttive e ai lavoratori. A tutto quello, insomma, che generazioni di cittadini, comprese quelle della laboriosa provincia di Pistoia, hanno costruito tra mille sacrifici lungo l’accidentata strada verso il benessere e di cui vanno giustamente fiere.

Dietro al mondo del lavoro, dipendente e autonomo, dietro a quello delle imprese e degli artigiani ci sono, volenti o nolenti, le vite di tutti noi. Il fatto – lo sappiamo, ma tendiamo a non pensarci abbastanza – è che quando questa emergenza sanitaria sarà finita (perché finirà) ci troveremo con una comunità devastata dalla crisi, più povera, con minori prospettive. Pagheremo il conto salato di quella che nel frattempo sarà diventata un’emergenza sociale. Quindi non è vero che andrà tutto bene. Ognuno, in cuor suo, lo sa. Eppure al pessimismo della ragione e alla sua forza di gravità, anch’io come altri voglio continuare a opporre (umana, umanissima consolazione) l’ottimismo della volontà. Perché, come si è letto in questi giorni in una nota di Mati1909, realtà del vivaismo pistoiese, in oltre 110 anni di storia, «tra guerre e ricostruzioni, ne abbiamo viste tante».

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