Sicurezza
Condannata per abusi le tolsero la figlia di 9 anni: assolta
Pistoia, ribaltata in appello la sentenza del tribunale (10 anni di reclusione): adesso la donna vuole ritrovare la sua bambina
PISTOIA. Insieme al marito, nel 2013 era stata condannata dal tribunale di Pistoia a 10 anni di reclusione con l’accusa di aver violentato la figlia disabile nel 2007, quando la bimba aveva nove anni. A gennaio scorso la donna, ultracinquantenne, è stata invece assolta con formula piena dalla Corte d’appello di Firenze: secondo i giudici fiorentini, in primo grado sarebbero state equivocate le intercettazioni alla base della condanna. In questi anni la donna ha perso le tracce della figlia, affidata ai servizi sociali nel 2013. Ed è inoltre rimasta vedova: il marito è morto per una leucemia alcuni mesi dopo la sentenza del tribunale.
Una drammatica storia, questa, raccontata ieri dal Corriere Fiorentino, che ha dato voce al desiderio della donna di poter riavere la figlia, oggi maggiorenne: «Non avrò pace finché non potrò riabbracciarla» afferma.
Nella motivazione della sentenza di assoluzione il presidente della sezione della Corte d’appello che ha assolto la donna scrive: “Le conversazioni intercettate dimostrano un contesto caratterizzato dalla cura della bambina e da abbracci e carezze che servivano a tranquillizzarla. La piccola non solo non era capace di muoversi in maniera autonoma o di comprendere le frasi più complesse ma aveva difficoltà a riconoscere le espressioni del viso: per questo dormiva spesso tra mamma e papà, veniva lavata” e “vestita come se fosse una bambina di pochi anni”.
Per rintracciare la figlia, la donna si è affidata, oltre che al suo difensore Francesco Bellucci anche all’avvocata Claudia Martelli.
Lei e il marito finirono sotto processo in seguito a una segnalazione, nel 2007, fatta ai servizi sociali dalle insegnanti della scuola elementare che la bambina frequentava: aveva dei comportamenti che sembravano sessualmente connotati nonostante la giovanissima età, parlava disinvoltamente delle “coccole” che lei e i genitori si scambiavano a letto, ed inoltre un giorno si era presentata a scuola con un occhio pesto e un labbro tumefatto. Da lì l’indagine dei servizi sociali e l’inchiesta della procura, con intercettazioni ambientali e l’installazione di alcune telecamere spia nell’abitazione della coppia: una in salotto e una in camera da letto, dove la bambina, spesso, dormiva in mezzo ai genitori. Al buio, le telecamere non erano servite, ma i microfoni avevano registrato delle frasi equivoche, che avevano poi portato alla condanna. Frasi mal interpretate però, secondo la Corte d’appello, che ha ribaltato la sentenza.
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