Gioco
Se lo spettro del terrorismo si nasconde sull’isola di Capraia
Il romanzo, fresco di stampa dall’editore Ctl, è stato presentato alla kermesse appena conclusa alla Biblioteca San Giorgio
Il libro
“Capraia Akbar”, nuovo romanzo di Giovanni Neri, è stato presentato al 10° Festival del Giallo alla Biblioteca San Giorgio. Una storia di quelle che non fannospegnere la luce sul comodino prima di arrivare all’ultima pagina.
Giornalista del Tirreno ormai in pensione, ufficiale superiore della Riserva Selezionata dell’Esercito, Neri ha vissuto da testimone fatti di cronaca che sono ormai diventati storia: la strage di Bologna, l’attentato al Rapido 904, il terremoto dell’Irpinia, il Moby Prince, il terrorismo delle Brigate Rosse, i rapimenti dell’Anonima Sequestri e i delitti del Mostro di Firenze. In tuta mimetica, è stato tra l’altro in missione in Libano, Kosovo, Afghanistan.
«È grazie a questo mix di professioni – dice – che ho potuto scrivere “Capraia Akbar”, storia di un piccolo nucleo di terroristi islamici che scelgono l’isola toscana per programmare un duplice attentato destinato a scuotere il mondo». Sulla loro strada però i terroristi troveranno il vecchio maresciallo dei carabinieri, ai suoi ultimi giorni di servizio, che senza poter rendersi conto della portata degli aventi in cui è precipitato, cercherà in tutti i modi di fermarli.
Fantasia o realtà? Come è nato “Capraia Akbar”?
«Fantasia mica tanto – risponde l’autore – È vero che “Capraia Akbar” è un romanzo e come tale va letto e che i personaggi e la trama sono inventati, ma è anche la storia di quello che potrebbe succedere dopo la sconfitta di Isis in Medio Oriente… Tutti gli analisti sono concordi nell’aspettarsi una recrudescenza di attentati in Europa. Piccole azioni, scollegate magari una dall’altra, ma non per questo meno pericolose».
Il romanzo ha trovato diverse difficoltà ad uscire...
«Qualcuna – conferma Neri – un editore me lo ha tenuto fermo per un anno per poi dirmi che non se ne faceva di nulla “perché era pericoloso”. Un altro lo ha rifiutato a priori. La mia editor, Michela Tanfoglio, bravissima e paziente, mentre correggevamo le bozze mi chiedeva in continuazione e inutilmente di smussare i toni. Alla fine, grazie alla coraggiosa casa editrice Ctl di Livorno, è uscito ed è subito entrato in corsa nei bookstore di Feltrinelli e Mondadori. Comunque ogni tanto sulla pagina Facebook continuano a arrivarmi minacce».
E perché? «Perché – risponde l’autore – il libro è scritto nel linguaggio in cui si parla: brutale, violento, aggressivo. Perché non rispetta gli standard del pensiero dominante: non dice “assessora” o “sindaca”. Perché non fa sconti a nessuno e sottolinea come il pericolo di attentati sia ancora ben presente, anche se in molti vogliono far finta di nulla e sembrano essersi già dimenticati delle migliaia di morti che il fanatismo ha provocato. È per questo che l’ho dedicato a uomini, donne e bambini assassinati dalla follia dell’integralismo islamico mentre parte dei proventi saranno devoluti all’Onaomac, l’organizzazione che si occupa dei figli dei Caduti dei carabinieri». —
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