Il Tirreno

Pistoia

Stamani sit-in per salvare il Museo Marini chiuso da oggi

Valentina Vettori Altro servizio a pag. 22
Stamani sit-in per salvare il Museo Marini chiuso da oggi

Un dipendente della cooperativa: «Ci è stato chiesto di restituire le chiavi, abbiamo pianto senza farci vedere»

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Pistoia. Da stamattina il museo Marini di Pistoia è chiuso. Il portone – che per anni ha accolto visitatori, turisti e i bambini delle scuole per i laboratori d’arte – non riaprirà. La cooperativa Itinera di Livorno, che fino a ieri ha gestito il portierato e la biglietteria del museo ha sospeso le attività in seguito ai diversi mesi di mancato pagamento degli stipendi da parte della Fondazione Marini presieduta da Paolo Pedrazzini, nipote di Mercedes “Marina” vedova di Marino. Pistoia, però, non si arrende e risponde con un nuovo sit-in di protesta, a partire dalle 11,30 in corso Silvano Fedi. Rappresentanti delle istituzioni a livello nazionale, regionale e locale, esponenti politici, il Comitato civico “Nessuno tocchi Marino”, i rappresentanti sindacali, ma soprattutto le associazioni e i cittadini pistoiesi chiamati, di nuovo, a raccolta per difendere il Museo Marino Marini di Pistoia, gioiello dell’arte contemporanea a livello nazionale.

L’orizzonte, però, è nero, come mai prima d’ora. Perché se fino a qualche giorno fa la speranza di riuscire a trovare una soluzione alternativa per mantenere vivo quel polo culturale e le sue attività resisteva ancora, nonostante tutto, la cessazione delle aperture segna un punto di non ritorno. E chiarisce, una volta per tutte se ancora ce ne fosse bisogno, quali fossero da oltre un anno e mezzo le intenzioni del consiglio di amministrazione della Fondazione Marino Marini di Pistoia. Quello stesso cda che già nell’aprile 2018 aveva cominciato a parlare dell’eventuale spostamento delle opere in un’altra sede e che, nell’ottobre dello scorso anno, ha votato il progetto di trasferimento della collezione pistoiese al museo fiorentino di San Pancrazio, dove già esiste un museo dedicato a Marino Marini. Il tutto, nel totale silenzio del Comune di Pistoia e del sindaco Alessandro Tomasi (FdI) che, pur facendo parte del cda e votando contro il provvedimento, non ha mai portato la città a conoscenza dei piani della Fondazione. Fino al dicembre scorso, quando a denunciare il pericolo è stato il suo predecessore Samuele Bertinelli in quota Pd.

Se nessun’altra soluzione sarà trovata, dunque, le uniche opere dell’artista pistoiese che rimarranno visibili a Pistoia saranno il Miracolo accolto nella Cappella del Tau (gestita dalla Soprintendenza) proprio di fianco al museo, il Miracolo nell’atrio di Palazzo comunale e alcune opere – di proprietà del Comune – che nei mesi scorsi sono state trasferite da viale Silvano Fedi a Palazzo Fabroni.

Tante, nelle scorse settimane, le manifestazioni fiorite in difesa del museo pistoiese e sostenute dai cittadini. Ultima, in ordine di tempo, la performance “Di mano in mano per Marino” promossa dal Collettivo provvisorio indipendente che – entro la metà di marzo (la manifestazione avrebbe dovuto essere ieri, ma è stato poi rimandata a causa delle precauzione imposte contro la diffusione del Corona Virus) – snoderà per le vie del centro di Pistoia oltre mille metri di tessuti legati tra loro, per collegare simbolicamente due luoghi espressione dell’arte contemporanea cittadina: il museo Marini e Palazzo Fabroni.

Ma a fare da sfondo a tutto questo, oltre alla perdita di un luogo della cultura, la città deve fare i conti anche con il lato umano della vicenda. Ovvero le persone e i posti di lavoro. I licenziamenti di due dipendenti della Fondazione, arrivati alla metà di gennaio, e il timore per i lavoratori della cooperativa Itinera impiegati al Marini: quattro con contratto full time e due con qualche ora a settimana.

«Ci è stato chiesto di restituire le chiavi – è lo sfogo sui social di una di loro – Abbiamo versato lacrime con dignità e discrezione, senza mai farci né vedere né sentire. Ma esistiamo anche noi». –

Valentina Vettori

Altro servizio a pag. 22



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