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Embolia fatale, archiviate le accuse contro i tre medici del pronto soccorso

Massimo Donati

Per la morte di Cristiana il gip accoglie la richiesta del pm, che ritiene responsabile il solo radiologo che sbagliò diagnosi

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pistoia. Non hanno alcuna responsabilità per quella drammatica morte causata da un’embolia polmonare non diagnosticata: il gip del tribunale ha accolto la richiesta di archiviazione delle accuse nei confronti di tre dei quattro medici del San Jacopo indagati per la tragica fine di Cristiana Capecchi, la giovane morta nella serata del 24 febbraio dello scorso anno, stroncata dalla crisi respiratoria che l’aveva colpita dopo che, nell’arco dei dieci giorni precedenti, era stata per tre volte visitata al pronto soccorso di Pistoia e, nelle ultime due occasioni, rimandata a casa con una diagnosi di pleuropolmonite.

Ieri mattina, dopo l’udienza del giorno precedente per l’opposizione all’archiviazione (fissata su istanza dei familiari della ragazza, nel frattempo risarciti dall’Asl), il gip Alessandro Buzzegoli ha sciolto la riserva, allineandosi alla tesi del sostituto procuratore Giuseppe Grieco, titolare dell’inchiesta, secondo il quale nessun profilo di colpa può essere contestato ai tre medici che erano di turno quando la giovane impiegata pistoiese si presentò al pronto soccorso: Edoardo Quartarolo, 49 anni, Barbara Crovetti, 42, e Lisa Reali, 46, tutti di Pistoia. A differenza del collega Gian Piero Giannetti, 53 anni, che, eseguita l’angiotac, non si accorse dell’embolia in corso.

Studiati i risultati della perizia medicolegale da lui disposta, il pm, già nel formalizzare la richiesta di archiviazione, aveva messo nero su bianco le accuse nei confronti del medico radiologo, prima passo verso la richiesta di rinvio a giudizio con l’imputazione di omicidio colposo. Nella perizia, il consulente tecnico della pubblica accusa, Susanna Gamba (che si è avvalsa della collaborazione del collega radiologo Teseo Stefanini) non aveva lasciato spazio a dubbi: la morte della 28enne impiegata pistoiese sarebbe diretta conseguenza dell’errata diagnosi da parte del medico radiologo.

Sotto un duplice profilo. Non solo per aver escluso erroneamente la presenza di segni di embolia polmonare (risultati poi visibili in sede di perizia, durante l’esame delle immagini computerizzate alla presenza anche dei consulenti degli indagati e dei familiari della vittima, rappresentati dall’avvocato Pamela Bonaiuti, assieme alla collega Sara Mazzoncini), ma anche per aver eseguito in modo non corretto l’esame: iniettando una quantità eccessiva di liquido di contrasto e decidendo, di fronte ad un risultato non ottimale, di non ripeterlo.

Fatto sta che – dopo la prima visita al pronto soccorso, il 12 febbraio, in cui non c’erano ancora i sintomi dell’embolia – in seguito alla sua diagnosi errata, sia la collega di turno quella sera che il collega che lo era il 18 febbraio successivo (quando Cristiana Capecchi si era ripresentata al pronto soccorso con febbre e sintomi ancor più accentuati) avevano stilato una diagnosi di pleuropolmonite, prescrivendo, come da protocollo, una terapia a base di antibiotici e cortisone. —

Massimo Donati

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