Il Tirreno

Pistoia

Kobe Bryant, anche a Cireglio il grande abbraccio tra lacrime e canestri

Elisa Pacini
(Fotoservizio Lorenzo Gori)
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(Fotoservizio Lorenzo Gori)

Si chiama “One Last Shot” l’iniziativa che ha stretto l’Italia intera in un grande abbraccio nel segno del mito del “Black Mamba” 

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PISTOIA. Una vera piazza a Cireglio non c’è. Il sali e scendi delle sue stradine fa da allenamento naturale per i tanti che, in una sorta di processione laica, con un pallone da basket in mano, scendono dalle macchine dopo aver risalito le curve della Modenese e vanno verso il campino da basket. Che in questa prima domenica di febbraio diventa la piazza di Cireglio.

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È qui, sul rettangolo di gioco incorniciato dai castagni, che in tanti si sono dati appuntamento per ricordare Kobe Bryant. In un anello di quella catena di affetto che ha unito l’Italia nella maratona baskettara di “One Last Shot”, con i tifosi italiani del “Black Mamba” a giocare a basket in decine e decine di campini dello Stivale che l’ha ricordato in maniera sentita, a sette giorni da quella maledetta domenica in cui il rito dell’andare a giocare con la figlia GiGi e le sue compagne della “Mamba Academy”, si è trasformato in una tragedia. «Mi sembrava doveroso essere qui per Kobe e per quelle tre ragazzine, tra cui la sua Gianna, su quell’elicottero– dice Paola Paoli, icona del basket pistoiese– in loro mi sono rivista, stavano andando a giocare a 13 anni. I loro sogni si sono infranti così…è terribile. Lo dico da mamma e da femminista visto che ho letto che GiGi diceva a Kobe che non aveva bisogno di un figlio maschio per portare avanti la tradizione del basket. Tanto c’era lei».

Occhi lucidi, emozioni nei tanti ciregliesi presenti. «Tutti i giorni venivamo qui a giocare– dice Giulio Buonagurelli, uno degli amici ciregliesi del piccolo Bryant– e finché non veniva buio non ci stancavamo».

Alla rete intorno al campino, ben tenuto grazie ai lavori fatti dalla gente del paese, qualcuno ha appeso una maglia gialloviola dei Lakers. «Prima la rete non c’era– continua Buonagurelli– se la palla usciva, bisogna riprenderla giù nel bosco. Io ho sei anni più di Kobe, ma lui giocava con noi. Tirava da metà campo, te lo vedevi scappare via, era sempre sorridente ma aveva già quel caratterino che ha fatto vedere da adulto. Quando ho saputo dell’incidente sono stato un quarto d’ora impietrito».

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C’è chi improvvisa un 5 contro 5, chi fa le gare di tiro libero: ci sono maglie dei Lakers, del Dream Team Usa ma anche tante maglie del Pistoia Basket e delle altre società cittadine. Alessia Pierattini, grande amica della famiglia Bryant, saluta tutti. Parla con gli assessori presenti (Magni, Bartolomei e Capecchi) in contatto con il parroco per qualsiasi futura iniziativa, visto che l’area sportiva è di proprietà della chiesa. L’incessante rumore dei palloni si interrompe solo per un minuto di silenzio, poi tutti di nuovo a giocare.

«Andavamo spesso a cena da loro e loro venivano da noi– dice Nicola Vivarelli– Joe Bryant per noi era un pezzo da novanta. Ma loro non si comportavano da divi, anzi. Mio fratello Lorenzo più vicino a Kobe d’età, andava a casa sua a giocare, e mamma Pamela gli cucinava i biscotti. Proprio come si vede nei film americani». 


 

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