«Ho incontrato il Signore dopo un incidente d’auto»
Fratel Antonio, da poco sacerdote, racconta come la sua vita cambiò nel 2000 Era un giovane innamorato della pittura e della musica rock, poi quello schianto
PISTOIA. Chi pensa che una vita vissuta da frate sia noiosa ed estranea dal mondo si sbaglia di grosso. La gioia che si respira quando si incontra Dio e lo si abbraccia in toto è indescrivibile, imparagonabile. Questo è il messaggio che Fratel Antonio, che da poco è anche sacerdote, vuole mandare al mondo intero, soprattutto ai più giovani. «Vorrei far capire che chi sceglie questa strada, come ho fatto io anni fa, non si chiude in se stesso e nelle quattro mura della sua chiesa. È una vita di gioia, amore, bellezza e fratellanza».
Venti anni fa Antonio Sorrentino era un ragazzo come tanti. Lavorava in una ditta metalmeccanica, aveva 28 anni, amava la pittura, la fotografia, la musica rock. Poi improvvisamente tutto cambiò. Da un giorno all’altro. Anzi, da un istante all’altro. Da quel 11 luglio del 2000 quando la sua auto si schiantò sulla Bolognese contro un’altra macchina ferma e una terza lo tamponò un istante dopo. La strada era bagnata, pioveva a dirotto e c’era la nebbia. Un terribile incidente dal quale uscì completamente illeso.
Venti anni fa l’incidente che le ha cambiato la vita. Cosa è cambiato?
«La mia vita, quella vera, è iniziata da quell’incidente – racconta – È come se Antonio quel giorno fosse morto e Benedetto avesse preso il suo posto. Pensavo fosse morto l’artista ma non è stato in questo modo. Dio ci ama così come ci ha creato, vuole solo purificarci e aiutarci a scoprire qual è la nostra vera vita in pienezza. Da un evento drammatico, apparentemente disastroso, si è rivelato col senno di poi una benedizione».
Una vita all’insegna della pittura, della fotografia e l’amore incondizionato per la musica rock.
«Passavo le mie giornate dipingendo tantissime ore e molte volte mi capitava di trascurare i pasti e il sonno per dar sfogo alla mia ispirazione. Conducevo una vita disordinata, egocentrica, totalmente egoista. La mia ricerca di bellezza aveva preso il sopravvento su ogni cosa, era diventata la mia droga. Erano giorni sregolati, anarchici e ribelli, senza regole ma pieni di passione e di vita. Mi mantenevo con lavoretti occasionali per lo più part time per poter finanziare i miei progetti, ma il mio cuore era arido e la mia anima triste e vuota, mentre la mia fantasia correva a mille all’ora. Solo dopo il mio incidente e la mia conversione ad Assisi ho veramente preso coscienza del perché di questo vuoto che permaneva in me nonostante i successi che si affacciavano nella mia vita. La mia anima non è stata mai nutrita fino a quel momento e quindi, inevitabilmente, soffriva. Da quell’estate l’avere accettato Gesù Cristo come mio Padre Creatore ha improvvisamente riordinato e rivoluzionato il mio modo di pensare e vedere la realtà. Prima di quell’estate la mia vita assomigliava ad un puzzle con qualche figura sparsa senza senso né significato. Dopo Assisi la Grazia aveva rimesso al suo posto i pezzi mancanti. La prima cosa che ho fatto tornando a Bologna è stata mettermi in cammino per ricevere la cresima. Ho iniziato a cercare un lavoro fisso, che ho trovato dopo poco tempo, ho iniziato a prendermi impegni prima nella mia chiesa, poi di volontariato nella Papa Giovanni XXIII, poi in ospedale, poi in un pronto soccorso sociale di padre Marella tra i senzatetto, dove ho vissuto con loro un anno. Mi sono fidanzato con una ragazza cristiana ed insieme abbiamo inciso un disco: lei al pianoforte io alla voce».
Com’era da bambino e poi da ragazzo? Quali erano i suoi sogni, le sue aspirazioni?
«Da bambino ero buono, vivace, gioioso, molto sensibile. Ricordo che passavo diverso tempo a parlare con Gesù sotto un grande crocifisso in silenzio dentro la chiesa vuota. Il periodo dell’adolescenza lo ricordo invece come il più brutto della mia vita. Non sapevo quello che volevo, dove cercarlo e mi vedevo come un fallito sotto tutti i punti di vista. È stata l’arte, negli anni successivi, a darmi speranza e accendere in me il desiderio dello studio, la passione per la pittura: mi ha tolto dai guai considerando la compagnia malsana che frequentavo allora. La pittura, prima, la musica dopo, sono stati gli ambiti dove io ho incanalato tutta la mia rabbia, sofferenza, ribellione. Il mio sogno è stato prima diventare un grande pittore, poi cantautore. Avrei voluto girare il mondo e vivere senza regole, libero dalle gabbie del consumismo e dai binari della società moderna. La vita religiosa non era neanche all’ultimo posto della classifica dei miei pensieri, non era neppure contemplata perché, non riconoscendo Dio nella mia vita, non contemplavo neanche l’idea di mettermi al suo servizio». –
Alessandra Tuci
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