Il Tirreno

Pistoia

addio al campione della palla a spicchi 

«Abbiamo sempre pensato che alla fine sarebbe tornato a vivere qui a Cireglio»

Elisa Pacini Altri servizi alle pag. 11/12
«Abbiamo sempre pensato che alla fine sarebbe tornato a vivere qui a Cireglio»

Telecamere e lacrime nel borgo collinare che non ha mai dimenticato quel Kobe Bryant bambino che sorrideva sempre

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cireglio. La nebbia avvolge la pieve a mattoni di Cireglio, si prende tutto il paese, quelle case costruite lungo la salita che dalla città va all’Abetone. C’è un panorama della Madonna da queste parti a cose normali, ma non questo lunedì. La nebbia posa fisicamente quella tristezza latente di questo giorno di gennaio che non è affatto normale. Non per questo angolo di mondo, che, nei suoi due anni pistoiesi, adottò Kobe Bryant e la sua famiglia, per questo paesino di collina che l’oggi compianto campione del basket mondiale non ha mai dimenticato.

«Kobe per noi non è mai stato solo il campione, l’idolo di milioni di ragazzi nel mondo– ci dice Alessia Pierattini – è sempre stato soprattutto il nostro bambino, bravo e umile. Umile come i suoi genitori, Joe e Pamela. Ma tremendo, inarrestabile, una forza della natura. Mi sembra impossibile tutto quello che è successo».

È una strana mattinata a Cireglio, il campanello della casa di Alessia suona di continuo. Arrivano giornalisti da tutta Italia, sulle tracce del mito. «Non avrei mai pensato di dover fare questo» ci confida emozionata e gentile, mentre mostra a telecamere e fotografi l’album della prima comunione del fratello Mirko insieme al piccolo Kobe: i Bryant come usciti da una serie tv americana, babbo Joe, il campione dell’Olimpia, con gli occhialoni stile Spike Lee, la mamma Pamela con una cotonatura da diva, bellissima, come le sorelle più grandi, e poi Kobe, camicia bianca e papillon e «un sorriso – dice Alessia – che è lo stesso di quello che ho rivisto anno dopo anno seguendolo in tv».

E ricorda gli auguri di Natale, i messaggi via mail, l’ultimo per la morte di Roberto Maltinti. Perché, tra i Bryant, tornati in America, a tenere i contatti con la famiglia Pierattini è sempre stato lo stesso Kobe. L’icona mondiale del basket che, nella quiete di una mattina d’estate, mel 2013. si materializzò al MyBar. «“Volete vedere che non mi riconoscono”, disse– racconta Nadia Biagiotti dal bancone –E Claudio Sabatini, il titolare, gli disse: “ma tu sei un giocatore di basket”. Lui si tolse gli occhiali e rise, e capimmo che era Kobe».

«Si fece vendere le paste – aggiunge Sabatini – fu una sorpresa grandissima. Saranno state le sette di mattina».

Un regalo proprio nel giorno di San Jacopo in cui riuscì ad eludere tutto il seguito che lo accompagnava nelle vacanze italiane, facendo un giro in piazza Duomo e risalendo la Modenese fino a Cireglio. «Quando io e la mamma lo vedemmo scoppiammo a piangere – ricorda Alessia – Non sapeva della morte del mio babbo e ci rimase male. Col telefono fotografò tutte le foto della Comunione, che lui non aveva. Mi disse che avrebbe voluto far vivere alle sue figlie la realtà semplice e allegra di Cireglio».

Chissà come erano arrivati lassù i Bryant: certo c’era privacy ma non era il posto più comodo del mondo per gente abituata alle metropoli. Ma loro villa, in via di Ciriceto, vicino al vecchio metato, non era una fortezza in cui dovevano stare barricati.

«Kobe non faceva in tempo a tornare da scuola che veniva a casa mia – continua Alessia – Stavamo con gli altri ragazzi del paese al campino tutto il pomeriggio e poi mi diceva: digli alla mia mamma che resto a cena da voi”. Quel campino tra i castagni, che l’associazione paesana ha rimesso a posto proprio dopo la visita di Kobe. “Ero quasi sicura che dopo aver smesso di giocare, sarebbe venuto a stare qui” ci saluta con gli occhi lucidi Alessia. —

Elisa Pacini

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