Il Tirreno

Pistoia

Le opere d’arte del museo Marini non sono oggetti da possedere

claudio rosaTI* ; (*) museologo
Le opere d’arte del museo Marini non sono oggetti da possedere

Riflessioni sullo scontro tra la Fondazione e la città: meglio una collaborazione tra Pistoia e Firenze

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claudio rosaTI*

Dietro la volontà di trasferire le opere del museo Marino Marini a Firenze si intravede un’idea preoccupante di museo. Un’idea “proprietaria” dell’opera d’arte che mal si addice nel 2020 a un luogo di cultura. Lo conferma il licenziamento su due piedi di operatori che hanno contribuito alla vita del museo in questi anni.

Non è in discussione il principio della proprietà dei beni, ma l’uso che ne viene fatto. Nel nostro ordinamento, uno dei limiti alla proprietà privata si trova proprio nel campo dei beni culturali. Se scavando nel giardino che mi appartiene trovo un canopo etrusco, il reperto non è mio, ma dello Stato. «È mio e ne faccio quel che mi pare» è un principio che qui vale meno che in altre situazioni. La proprietà è condizionata dall’esigenza superiore della fruizione pubblica dell’opera.

La considerazione potrebbe apparire poco pertinente per il museo Marini. Anche se fossero trasferite in un altro luogo, si potrebbe infatti obiettare, le opere potrebbero, comunque, continuare a essere viste, apprezzate e studiate.

Ma le opere si nutrono anche dei sentimenti e delle intenzioni manifestate dall’artista e che nel suo percorso ha voluto legarle a un luogo. Non solo. Si alimentano di continuo con le relazioni che in quel luogo si manifestano. La volontà di Marino e di sua moglie Marina era quella di corrispondere all’attenzione che, sorprendentemente, la sua opera aveva suscitato nella città natale. C’è chi ricorda la commozione dell’artista che alla chetichella tornava, anche di notte, in piazza del Duomo a vedere le reazioni dei suoi ritrovati concittadini di fronte al “Miracolo” esposto nella piazza.

Se Firenze rappresentava il periodo dello studio e del confronto con gli antenati, Milano il periodo dell’andata al Nord e della maturazione artistica, Pistoia era il luogo da dove tutto era iniziato e che il maestro voleva ora inserire visivamente nel racconto pubblico della sua vita. Per questo le sue opere non possono essere ritenute semplicemente come proprietà esclusiva di qualcuno.

I musei nel mondo da anni si stanno orientando verso pratiche che si ancorano anche alle potenzialità dell’opera d’arte come oggetto relazionale. Il pubblico non è visto solo come una componente delle statistiche di mercato, ma un soggetto che partecipa alla costruzione del senso stesso del museo.

I professionisti dei musei si stanno interrogando su una nuova definizione che sia in grado di cogliere i cambiamenti profondi che l’istituzione sta affrontando. Si sono dati un anno di tempo per arrivare a una conclusione. Nella proposta in discussione si parla di museo come di uno “spazio polifonico” che lavora con e per le comunità. Soprattutto si ribadisce con forza che il museo non può avere fini di lucro.

Ecco perché con la scelta di trasferire Pomone e Cavalieri a Firenze o in qualsiasi altro luogo si manifesta semplicemente un’idea “proprietaria” di museo, con opere che si possono spostare senza vincoli come qualsiasi altro oggetto.

La prospettiva non può essere quella di un supposto potenziamento di un museo, a scapito di un altro, ma di un dialogo e di una cooperazione tra il museo pistoiese e quello fiorentino che sviluppi lo studio sull’opera di Marino, che ne riproponga nuove letture e che trovi i modi di attività condivise. I due musei sono entrambi a poche centinaia di metri dalle stazioni ferroviarie. Sembra un segno. Basterebbe poco a metterli in connessione. —

(*) museologo



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