Gioco
Si può essere anche felici di vivere in questa Tristoia
Il dibattito su Pistoia: a definirla "Tristoia" è un articolo di Ray Banhoff (pseudonimo) su Rolling Stone: "La città più noiosa in cui abbia messo piede". Risponde il museologo Claudio Rosati: "Quanti luoghi comuni caro Banhoff, compreso quello dell’occasione sprecata della capitale della cultura"
PISTOIA. Tristoia. Ci dobbiamo abituare e dovremo farcene una ragione. I marchi sono duri a stingersi. A lungo siamo stati una “città del silenzio”. Ma il copywriter era ben altri e l’abbiamo anche frainteso. Gabriele D’Annunzio metteva Pistoia tra le città del silenzio e noi l’abbiamo interpretata come una città morta, una città muta. Senza vedere che eravamo insieme a grandi città storiche, da Perugia a Ravenna, da Bergamo a Ferrara, con un passato che parla al posto delle parole. Ora arriva Tristoia che è anche una bella invenzione linguistica e ci possiamo pure giocare. In realtà non è nuova. Già anni fa si poteva leggere una scritta murale che grosso modo diceva: “Fino alle tre sulla Sala e poi da Muccino. Questa è Tristoia”. A rilanciare l’epiteto adesso è la rivista RollingStone in un articolo sulla “fiera del disco abbandonata a se stessa” nel circolo del dopolavoro Hitachi.
“Pistoia è una delle città più noiose in cui ho messo piede”, scrive Ray Banhoff. Chi ha esperienza di Toscana, chi l’ha girata a lungo tanto da conoscere dove in ogni luogo si prende il miglior caffè, la trattoria non turistica e il parcheggio facile, sa bene che non c’è città dove non ci siano abitanti che pensino di vivere nel luogo più spiacevole che esista. Provare per credere. La città del vicino è sempre più felice. E così è anche per Pistoia. Nulla da eccepire, quindi, sulla tristezza di Pistoia. Non esiste una scala Mercalli per misurare questo sentimento. Come la febbre va valutato sul corpo di ognuno. Interessanti sono, invece, alcuni luoghi comuni che rispuntano di tanto in tanto. Il primo è quello del mito di Pistoia capitale italiana della cultura.
“Matera è riuscita a sfruttare il prestigioso titolo, mentre Pistoia – si legge nella rivista – l’ha sprecato ripiegandosi su se stessa in modo autoreferenziale e poco aperto”. E’ già stato fatto notare che Matera, in realtà è capitale europea. “La colpa – prosegue – è della comunicazione quanto di un’idea di cultura vecchia e stantia che mi dà ai nervi, che mi fa affogare, che opprime la provincia italiana tutta”. Allora qualcuno ironizzò, ancor prima di avviare l’impresa, anche sul logo. Si disse che a Pistoia era stata aggiunta la parola Toscana perché altrimenti nessuno avrebbe saputo dove si trovasse questa città marziana. In realtà chi lavora sul web sa che Toscana è una formidabile parola chiave, utile per essere subito intercettata dai motori di ricerca. Non so che cosa ci aspettasse da quel fatidico 2017. Certo che chi si attendeva moltitudini di visitatori o un programma che risolvesse interessi e desideri di ognuno non poteva che rimanere deluso. In ogni caso da allora i flussi turistici segnano il segno più. “Quanti sanno che Pistoia è una delle più belle città del mondo?”, scriveva su “la Repubblica” Tomaso Montanari nel salutare la nuova capitale. “A nemmeno cinquecento metri dall’elegantissima Piazza del Duomo c’è la chiesa di Sant’Andrea: un luogo in cui ogni italiano dovrebbe entrare almeno una volta nella vita. Perché? Perché è solo lì che si può leggere una poesia alta e forte come una cantica della Divina Commedia. Una poesia fatta di marmo. Ma anche di luce e di ombra, di violenza e tenerezza, di cielo e terra. Parlo di un pulpito: una specie di podio, sorretto da esili colonne…”.
Se non altro basterebbe il risultato di aver accresciuto la consapevolezza del bello della città tra i suoi abitanti. Ma dell’occasione sprecata si continuerà sicuramente a parlare e favoleggiare. Chi si ricorda quali sono state le due città che hanno preceduto Pistoia nel titolo di capitale?
L’altro luogo comune è poi quella della provincia come luogo di banalità e di asfissie. Ma la storia del nostro paese è una storia di province. E’ la storia di una dialettica continua tra centri e periferie. Una parte della musica italiana di questi anni, solo per fare un esempio, passa da Berchidda a Zocca, da Roncocesi a Secondigliano, a Correggio. Un’Italia vivace, insomma, ricca di noie e di effervescenze. C’è da aggiungere poi che la globalizzazione non ha appiattito le differenze culturali, ma, paradossalmente, le ha portate alla ribalta. Si può essere provinciali a Milano e cosmopoliti a Pavana. Francesco Guccini insegna. Si veda, a proposito di Milano, un recente articolo di Michele Masneri su “Il Foglio”. “Milano è una città stato, un emirato felice, ma oggi è anche una bolla all’interno della quale sta lievitando un male oscuro: il bluff di una nuova superiorità antropologica”. Pistoia, dunque, come la migliore delle città possibili? Assolutamente, no. Ma si può essere anche felici di vivere a Tristoia. —
* Studioso di Museologia
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