Toscana
«Mio padre, operaio vittima predestinata dell’amianto che ha respirato alla Breda»
La figlia: è ricoverato all’hospice a Spicchio, ha visto tanti amici andarsene prima di lui, mi diceva “Ho una gran paura”
Di amianto a Pistoia ci si ammala e si muore ancora. È bene ricordarlo. Come in un'infinita conta che vede passare, uno dopo l'altro, ex colleghi e amici di una vita, rimasti vittime di quel killer silenzioso che – anche dopo trent'anni – si presenta alla porta e chiede il conto. Un colpo di tosse più forte, un affaticamento nel respiro, un dolore lancinante in corrispondenza dei polmoni. Campanelli di allarme che per chi ha lavorato all'interno dello stabilimento San Giorgio, poi Breda, AnsaldoBreda e oggi Hitachi, respirando quelle fibre, rappresenta l'inizio della fine.
A raccontare l'ennesima storia di malattia e sofferenze è Patrizia, la figlia di Graziano – non rendiamo noto il cognome della famiglia per motivi di privacy -, un ex operaio della Breda di via Ciliegiole che oggi ha 79 anni e da quasi 2 combatte contro un mesotelioma pleurico, il tumore provocato dall'esposizione all'amianto.
L'uomo è ricoverato all'hospice La Limonaia di Spicchio, a Lamporecchio per trascorrere in serenità gli ultimi giorni di vita che gli rimangono, dopo aver combattuto con forza una lunga malattia il cui esito era stato scritto sin dal primo giorno. Perché il mesotelioma è ancora un tumore incurabile.
In pensione dal 1990, Graziano era entrato alla Breda a inizio anni '70, dopo aver lavorato per alcuni anni nella fabbrica di materassi, poi Permaflex.
«Mio padre – racconta Patrizia – entrò come saldatore, ma dopo pochi anni fu trasferito nel reparto manutenzione, perché la mansione iniziale gli provocava problemi di salute».
E proprio in quei primi anni di attività nella fabbrica ha respirato polvere e fibre di amianto, rimaste imprigionate per anni nei capannoni, dove prima veniva spruzzato per coibentare le carrozze dei treni. Così come deve avere respirato quelle fibre anche durante gli anni, tra il 1987 e il 1990, di smantellamento del tetto in cemento amianto dello stabilimento.
«Ha visto tanti compagni di lavoro andarsene prima di lui – dice la figlia di Graziano –, ma per lui l'argomento è sempre stato un tabù. Non ne parlava volentieri e anche adesso, nei rari momenti di lucidità, è come se rifiutasse l'evidenza. Mi ha sempre detto: “Ho una grande paura dell'amianto”, come se sentisse che gli sarebbe successo qualcosa. Tutto è cominciato nel febbraio 2018 con i primi controlli approfonditi. Aveva una tosse che non passava con niente. Gli fu diagnosticata una pleurite».
Poi, gli esiti della biopsia hanno evidenziato la malattia: mesotelioma pleurico. «Mio padre ha combattuto come un guerriero – prosegue Patrizia – Per lui non ci saranno funerali di Stato, ministri incravattati, medaglie e fanfare. Non indossava una divisa. Non era carabiniere, poliziotto o pompiere. Indossava una tuta. La tuta blu da operaio metalmeccanico della ex Breda. Eppure anche il suo era un lavoro. Anche lui se ne andrà a causa del lavoro, come i lavoratori che muoiono nei cantieri o nei campi. I suoi affetti, noi famigliari, siamo effetti collaterali. Il nostro dolore forse è minore e diverso da quello di altre categorie di lavoratori? Mia madre sarà un po' meno vedova e noi figlie, un po' meno figlie? Mio padre è uno dei tanti che lo hanno preceduto e altri ne seguiranno. Quella fabbrica, fra le altre cose, ha prodotto anche questo. Queste parole non serviranno certo a salvare altri operai. L'amianto con cui hanno lavorato, purtroppo, lo portano dentro. Ma mio padre è stato una brava persona. Un uomo buono, e voglio che si sappia che per essere uomini di valore e eroi, non c'è bisogno di divise. E lui e noi familiari abbiamo dignità anche senza riconoscimenti di Stato». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google