Sicurezza
Da sede di scuola media a importante centro espositivo
CLAUDIO ROSATI
Molti lo ricordano ancora come sede della scuola media. Quando le ragazze entravano dal portone di via Sant’Andrea e i ragazzi dal piazzale di via Santa, ma cinque minuti dopo perché i due gruppi non si incontrassero lungo le scale. È stata questa l’ultima destinazione pubblica di Palazzo Fabroni prima di diventare il centro espositivo che conosciamo oggi.
È negli anni’80 che il Comune dà il via al restauro conclusivo. A firmarlo è Renato Giusti, allora architetto del Comune di Pistoia, che declina in modo originale la tradizione italiana del museo in edifici di particolare pregio storico. Giusti demolisce gli interventi e le superfetazioni otto-novecentesche, riporta al vivo tracce delle case torri trecentesche che in parte lascia visibili nel salone del piano nobile, restituisce un’identità al palazzo. Cura dettagli e disegna gli spazi con la luce. Inventa il passaggio aereo che attraversa il salone e collega due corpi dell’edificio. Il progetto non riguarda il piazzale che resta così fino all’intervento odierno. Solo per onorare Roberto Burle Marx, il paesaggista brasiliano che per la prima volta in Italia espone a Pistoia un’ampia rassegna dei suoi giardini, all’ultimo momento, alcuni vivaisti pistoiesi realizzano un’aiola che ha resistito a lungo.
Nel 1990, con il restauro non ancora del tutto finito, il Palazzo ospita una mostra di Fernando Melani, “la riscoperta di un poeta degli atomi”, si disse allora. Il pavimento ha ancora uno strato di biacca protettiva. Si respira l’aria di un cantiere. Subito dopo è la volta di una mostra di Gianni Ruffi con le sue “trappole del senso”. La prova del pubblico ha successo. Un gruppo di cittadini e di artisti scrive un appello al sindaco perché quella vocazione all’arte non si interrompa. «Sarebbe uno spreco – dicono – se gli ambienti di Palazzo Fabroni, di recente riportati all’originale spazialità architettonica, fossero destinati a un banale uso di uffici, per i quali sarebbero sufficienti e idonei locali più semplici». Per Carlo Sisi, Pistoia avrebbe una vocazione all’indagine del Novecento che altre città toscane non hanno. Sotto questi auspici nasce, nel 1993, Palazzo Fabroni-Centro per le arti visive contemporanee.
Con la direzione di Chiara d’Afflitto e la curatela di Bruno Corà, Palazzo Fabroni diventa, un punto di riferimento in Italia, insieme al Centro Pecci per l’Arte Contemporanea e al Castello di Rivoli. Si distingue per mostre di ampia ricognizione e cataloghi rigorosi. Gli artisti se ne innamorano. Qui non hanno il cubo bianco di molti altri posti, ma un luogo di suggestioni, che pure non prevaricano, di fronte a un capolavoro del romanico come la chiesa di Sant’Andrea. L’infilata di stanze del piano nobile cadenza l’attraversamento delle esposizioni. Con le mostre si forma e si arricchisce la collezione permanente. Alcune sono opere site-specific, pensate per il luogo. Jannis Kounellis lascia una delle sue campane rivolta verso l’esterno. Claudio Parmiggiani incornicia il suo “calco di cuore umano” proprio nella finestra che inquadra la facciata di Sant’Andrea. Sempre di Parmiggiani è la “Scultura d’ombra” su una parete del salone centrale. È una “delocazione”, come la chiama l’artista, che evoca la presenza dell’assenza, con impronte disegnate dalla fuliggine. Un’opera di delicata realizzazione che fece accorrere anche i vigili del fuoco richiamati da ignoti osservatori insospettiti dal fumo che usciva dalle finestre per la combustione di decine di libri.
Ma i problemi veri di Palazzo Fabroni, nella sua prima stagione di vita, vengono da ben altri fronti. Stretto tra i bilanci comunali e i numeri del pubblico, a cui spesso viene impiccato, nonostante che siano in linea con la condizione italiana, Palazzo Fabroni stenta a programmare l’attività con la continuità necessaria e con quel riscontro positivo di critica che ha sempre avuto. Ci riprova ora con una nuova stagione delle sue tante vite. –
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google