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Pistoia

il caso 

Tragico taglio cesareo: medici a processo

Tragico taglio cesareo: medici a processo

L’accusa: il feto alla 31ª settimana non sopravvisse a causa di un distacco di placenta non diagnosticato tempestivamente

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PISTOIA. Sarebbe stato sufficiente che quel taglio cesareo fosse stato eseguito un’ora, forse anche appena mezz’ora prima. E il bambino sarebbe sopravvissuto con una probabilità di almeno il novanta per cento. Ma ciò non era avvenuto in quanto, al pronto soccorso, il distacco della placenta non venne diagnosticato in tempo, a causa della mancata esecuzione del giusto tipo di ecografia sulla paziente arrivata lì in ambulanza alla trentunesima settimana di gravidanza.

Questo, perlomeno, è il parere del consulente tecnico della parte civile, chiamato ieri in tribunale a testimoniare nel processo che vede sul banco degli imputati due medici accusati di procurato aborto in seguito ad un tragico parto cesareo eseguito in emergenza all’allora ospedale del Ceppo il 2 dicembre 2012. Si tratta di un medico al tempo in forza al 118 di Pistoia, Giosuè Germano, 60 anni (difeso dall’avvocato Luca Magni), e del collega ginecologo Antonio Minuti, 65 anni (difeso da Elena Mucci), che lavorava all’ospedale pistoiese. La donna che perse il bambino e il marito, che all’epoca abitavano ad Agliana, si sono costituiti parti civili e sono rappresentati dall’avvocata Elena Augustìn.

Quel drammatico pomeriggio del 2 dicembre di sette anni fa, la donna venne trasportata d’urgenza all’ospedale. Fu richiesto l’intervento del 118 in quanto vittima di copiose perdite ematiche. Alle 15,25 arrivò all’ospedale in ambulanza e subito presa in carico dal personale del pronto soccorso. Alle 17,10 venne sottoposta ad un taglio cesareo d’urgenza, a causa di un distacco parziale della placenta. Ma non ci fu niente da fare per il feto, che era alla 31ª settimana di sviluppo.

Come detto, secondo il perito della parte civile, il medico Giuseppe Iannuzzi, quella tragedia fu causata dal ritardo con cui il ginecologo in servizio Antonio Minuti si rese conto di ciò che stava avvenendo. Nessuna colpa invece, secondo lui, da parte del medico del 118: i tempi con cui la donna era stata soccorsa e trasportata all’ospedale rientrano nella norma, ha detto ieri in aula.

Fatto sta che, una volta arrivata in pronto soccorso, Minuti aveva sottoposto la paziente ad un’ecografia addominale. Una scelta sbagliata che aveva causato un determinante ritardo secondo il consulente di parte civile. «Se avesse fatto immediatamente un’ecografia transvaginale avrebbe potuto vedere immediatamente lo scollamento della placenta» ha detto, sottolineando che già fin dall’inizio il tracciato cardiotocografico del feto era da considerare patologico, segno di una sofferenza fetale in atto, dovuta al vasto coagulo di sangue presente nell’utero che alla fine a causato il decesso per il carente afflusso di ossigeno. «Al 90 per cento il bambino sarebbe sopravvissuto – ha concluso – Non so se con qualche danno causato dall’ipossia». —

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