Il Tirreno

Pistoia

Nascosti nei musei ci sono ancora tanti tesori di Pistoia E a volte ritornano

Claudio Rosati
Nascosti nei musei ci sono ancora tanti tesori di Pistoia E a volte ritornano

Succederà così per la “Macchina del parto” ora a Londra Ma New York non restituirà l’aquila di Giovanni Pisano

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PISTOIA All’inizio l’addetta del Museo della Scienza di Londra cade dalle nuvole. Verifica subito nel catalogo generale e scopre che la “Macchina del parto” è stata data in prestito nel 1936 dalla Wellcome Collection ma non sa che la Wellcome, a sua volta, l’aveva ricevuta in prestito nel 1913 dall’Ospedale del Ceppo. Si conclude così, con l’ormai prossimo ritorno a Pistoia dell’antico modello in cuoio per insegnare ostetricia, quello che sicuramente è uno dei prestiti più lunghi, 106 anni, nella storia dei musei.

La vicenda ci ricorda che altre opere pistoiesi sono sparse per alcuni musei nel mondo e che, a differenza della “Macchina del parto”, difficilmente potranno far ritorno a Pistoia perché non sono state prestate. Sono state esportate o acquistate quando l’organizzazione della tutela da parte dello stato ancora non esisteva o quando le sue maglie erano assai larghe.

La più celebre è il leggio a forma di aquila che sovrastava il pulpito di Giovanni Pisano nella chiesa di Sant’Andrea. Oggi lo possiamo vedere solo in copia. Anni fa il laboratorio del Metropolitan Museum di New York, che la espone nella sezione di arte medievale, ne ha fatto una copia in polvere di marmo che ora si trova a Pistoia al posto di quella originale. Un altro leggio del pulpito è finito a Berlino.

Non sono esempi rari, ma casi di un fenomeno assai esteso e che ha ragioni diverse. Tra queste anche la diversa percezione di quello che oggi si chiama patrimonio culturale.

Nel 1912, l’anno prima della decisione del prestito temporaneo della macchina a Londra, il consiglio dello Spedale del Ceppo esamina la richiesta di Elia Volpi, antiquario fiorentino e inventore di Palazzo Davanzati, di acquistare per quindicimila lire il letto che ricorda il miracolo nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Volpi si impegna anche a «sostituirlo con altro perfettamente simile in ogni sua parte a quello esistente». La risposta non è immediata come potremmo pensare oggi. Prima il consiglio interpella alcuni studiosi pistoiesi e poi la respinge. Il clima è questo. Del resto nel 1909, in occasione dei lavori di ampliamento dell’ospedale, si pensa di abbattere il teatro anatomico considerato oggi, giustamente, un gioiello settecentesco nel genere e inserito nel percorso del Museo del Ceppo.

Sono, invece, al sicuro, a Pistoia, altre opere mai esposte. Sono conservate nei depositi dei musei e spesso hanno alimentato la leggenda su tesori che sarebbero nascosti nei magazzini. Non è proprio così. Difficilmente un museo avrà un Botticelli in deposito. Ma sono comunque opere significative e meritevoli di essere conosciute dal pubblico. Una di queste è sicuramente il medagliere Gelli, una raccolta numismatica donata al Comune di Pistoia da Tommaso Gelli. La raccolta, anche per la difficoltà dell’esposizione, è conservata per il Museo Civico nel caveau di una banca.

Dovrebbero, invece, veder la luce nel Museo di San Salvatore, in corso di allestimento per la Fondazione Pistoia Musei, un’anfora e i resti di un pavimento a mosaico di una domus romana. L’anfora fu rinvenuta nel 1772, insieme a un’altra andata dispersa, durante alcuni lavori di scavo tra il campanile e il cattedrale. È stata costruita tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C. Ha una capacità di trenta litri e conteneva “defrutum”, un mosto che insieme al “garum” era una delle salse più usate dai romani. Il frammento di pavimento a mosaico, a tessere di pietra bianche e nere, viene invece fatto risalire a una domus romana degli inizi del I secolo a.C. I resti di quella che si ritiene una domus furono rinvenuti, a lato della Cattedrale, nel 1903 durante i lavori per il basamento della statua a Giuseppe Garibaldi che, in un primo momento, avrebbe dovuto essere collocata qui.

Più ricchi, invece, i depositi della Soprintendenza archeologica. Si va dal corredo di due tombe, appartenenti alla cultura ligure (seconda metà III secolo a.C), rinvenute nel 1898 da un contadino durante i lavori in un campo delle Grazie di Saturnana, a frammenti di ceramica rinvenuti nel 1966 in piazza della Sapienza durante i lavori della fognatura. Ma sono solo due esempi di un materiale più cospicuo.

Infine, l’ospedale del Ceppo. Dietro il celebre fregio robbiano si cela un patrimonio assai vasto di opere in parte esposte ora al Museo Civico, fin dalla sua apertura nel 1922, e in parte conservate in locali non aperti al pubblico. Tra queste spicca il crocifisso restaurato di recente e studiato da Lucia Gai che lo ritiene realizzato con un modello celebre di Giovan Battista Foggini.

In un paese come il nostro, dove il patrimonio è diffuso come l’aria, è impossibile esporre tutto in un museo. In Europa fanno scuola le esperienze di musei che hanno aperto i loro depositi alle visite del pubblico. Può essere una soluzione anche per l’Italia. —

Claudio Rosati

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