«Silvano era un libertario e combatteva la tirannia»
Bruno Fedi ricorda l’estremo sacrificio del fratello maggiore ucciso dai tedeschi «Nel 1939 era stato incarcerato per un breve periodo. Nel 1943 entrò in azione»
Il ritratto, lucidissimo, della vita e della morte del partigiano libertario Silvano Fedi, nel racconto del fratello minore Bruno, è qualcosa che lascia il segno nella testa e nel cuore di chi lo ascolta. Il Tirreno lo ha intervistato in occasione del lancio delle petizioni - online e cartacee sostenute dal giornale e dall'Anpi provinciale di Pistoia – per chiedere al sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi (FdI) e alla sua giunta di centro destra il riconoscimento di Silvano Fedi come “cittadino illustre”. Riconoscimento che, ai sensi del regolamento cimiteriale del Comune, permetterebbe di poter donare ai resti del giovane partigiano ucciso in un agguato nazista, e oggi accolto nel cimitero della Vergine, una tomba gratuita e perpetua, evitando così che – alla scadenza della concessione cimiteriale, nel 2050 – le spoglie di Fedi finiscano nell'ossario comune.
Bruno Fedi, classe 1934, ultimogenito della famiglia, vive a Roma da decenni, dove si è trasferito dopo gli studi per portare avanti la sua carriera professionale. Ma per l'ex urologo e primario all'ospedale di Terni e professore di medicina all'Università di Roma, il cuore batte ancora per Pistoia. La città dove è cresciuto e dove - nonostante la durezza della guerra che lo costrinse a vivere “alla macchia” perché fratello di due partigiani (anche Franco Fedi, all'età di soli 15 anni, si unì alla Resistenza nel gruppo del partigiano Manrico Ducceschi, nome di battaglia “Pippo”) -, e dell'occupazione nazifascista che gli uccise il fratello maggiore, ha i ricordi più nitidi e felici della sua gioventù.
Fedi, chi era suo fratello Silvano e cosa lo spinse a combattere nella Resistenza pistoiese, senza però mai aderire al Comitato di liberazione nazionale?
«Mio fratello Silvano, sin da giovanissimo, combatté contro ogni forma di tirannia. Era un convinto libertario, e già al liceo classico, durante il regime fascista, manifestò con chiarezza il suo pensiero. Tanto che nel 1939 fu arrestato e incarcerato per un breve periodo. Ma anche dopo il suo rilascio continuò a essere perseguitato dai fascisti per le sue idee, e perché era riuscito a riunire intorno a sé molti giovani».
Da dove nasceva quel suo pensiero?
«La nostra famiglia è sempre stata antifascista e mio padre, insieme a mio zio, rifiutò sempre la tessera del fascio. I nostri genitori tenevano molto alla nostra istruzione e cultura. Ci mandarono al liceo e all'università. La nostra casa era piena di libri, e Silvano leggeva e studiava continuamente. Era appassionato e carismatico. Non sopportava alcun tipo di repressione e violenza. Tra i suoi autori preferiti c'era Michail Bakunin (anarchico e filosofo russo considerato uno dei fondatori dell'anarchismo moderno, nda). È così che nacque in lui quella mentalità libertaria».
Quando decise di unirsi alla Resistenza pistoiese?
«Prima dell'armistizio si limitava a teorizzare le sue idee, con un certo seguito. Poi, dopo l'8 settembre del '43, sentì il bisogno di fare qualcosa di concreto, e fondò le Squadre Franche Libertarie. La cosa più pericolosa che decise di fare, fu quella di rimanere a combattere in città, alla luce del sole, sotto gli occhi dei nazifascisti. Una scelta che obbligò l'intera famiglia a scappare e a nascondersi. Ci dividemmo tutti. Io e mia mamma vivemmo mesi da sfollati tra il Montalbano e le zone di Larciano e Casalguidi. Fu terribile. Da quel momento non vidi più Silvano. Forse, quello di non nascondersi mai, fu per lui l'unico errore commesso».
In che senso?
«Probabilmente, se avesse combattuto in altre zone, si sarebbe salvato. Chissà? Al momento della morte, qualcuno lo seppellì nel luogo in cui fu ucciso, a Montechiaro. Poi fu mio padre a disseppellirlo e a portare il suo corpo al cimitero della Vergine».
Sono passati 75 anni dall'uccisione di Silvano, che nel '44 aveva 24 anni. Pensa che la città gli abbia dato i giusti riconoscimenti?
«Tutto sommato, penso di sì. Certamente, questo non è avvenuto da parte dell'intera città. Ma sarebbe stato impensabile che accadesse. L'idea di questa petizione e della possibilità di donargli una tomba perpetua, però, mi sembra un cosa davvero importante. Il mio più grande timore, legato alla mia età e al fatto che vivo lontano da Pistoia, così come i miei due figli, è che una volta scaduta la concessione per la tomba al cimitero della Vergine, i resti di Silvano finiscano chissà dove. Per me sarebbe un enorme dolore. Se la proposta dell’Anpi e del Tirreno dovessero venire accolte, tornerò a Pistoia per assistere al momento. Per me, sarebbe davvero molto importante». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
