Sicurezza
Dopo duecento anni un gruppo di monaci torna ad animare San Bartolomeo
Antonio Benedetto Sorrentino: «Qui è possibile trovare accoglienza, un momento di pace e di ristoro spirituale»
PISTOIA. Dopo duecento anni l’antico monastero di San Bartolomeo rivede nelle sue mura una fraternità d’ispirazione monastica. Ritornerà nell’antica chiesa abbaziale il canto delle lodi e dei vespri e dei religiosi ritorneranno a vivere, e a far rivivere, la spiritualità monastica che per la prima volta da qui fece ingresso a Pistoia.
Il monastero di san Bartolomeo infatti, fu fondato nel 727 e abitato da monaci benedettini fino al 1440 circa; successivamente arrivarono i Canonici Lateranensi dell’ordine di s. Agostino, una sorta di monaci apostolici, che tennero l’abbazia prodigandosi in tante opere di apostolato, di carità e di aiuto sociale fino alla metà del 1700. A loro si deve l’introduzione dell’usanza di praticare nel giorno della festa del santo titolare, il 24 agosto, un’unzione sulla fronte dei bambini. Da quest’appuntamento poi è nata la festa di San Bartolomeo.
Dopo la soppressione dei Canonici Lateranensi nel 1779, l’abbazia ritornò ad essere benedettina con i Vallombrosani, i quali rimasero fino al 1834, anno in cui morì l’ultimo monaco. Da quel momento la grande abbazia rimase disabitata e fu smembrata in diverse parti. L’antica abbazia successivamente fu soppressa e la chiesa, trasformata in parrocchia (di san Bartolomeo), fu retta dal clero diocesano. Il vescovo di Pistoia monsignor Tardelli ha voluto, da qualche anno, affidare questo luogo alla Fraternità apostolica di Gerusalemme, realtà di ispirazione monastica la quale si è insediata nelle scorse settimane, nella pur ridotta dimora dell’abbazia.
«È abbastanza normale per i luoghi monastici – spiega frate Antonio Benedetto Sorrentino – essere abitati alternativamente da comunità fra loro diverse come origine e spiritualità, pur avendo in comune l’ispirazione monastica del servizio di Dio tramite la preghiera e l’accoglienza. Il monachesimo è un fenomeno antico ed è presente anche nelle religioni non cristiane, e rappresenta l’anelito dell’uomo alla ricerca dell’Assoluto e a stabilire un contatto con Lui attraverso una vita di preghiera e di obbedienza pacifica».
«Le nostre comunità, poste e volute nel cuore delle città dal nostro fondatore hanno la missione – prosegue frate Sorrentino – oggi più che mai urgente– di essere luogo di preghiera e silenzio, offrendo a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di fermarsi per trovare nella quotidianità un momento di pace e di ristoro spirituale attraverso l’adorazione eucaristica, le liturgie cantate a quattro voci in polifonia e la bellezza dei luoghi di culto che con la loro arte hanno il potere di elevare lo spirito e rinfrancare l’anima. L’antico monastero, da poco abitato dalla Fraternità apostolica di Gerusalemme, non dovrà rappresentare solo l’abitazione dei monaci, né solo un luogo di culto e di preghiera, ma vorremmo che diventasse un centro spirituale, capace di armonizzare azione e contemplazione, apostolato e preghiera». –
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