Il Tirreno

Pistoia

le parole dell’amico giocatore 

Toppo: voleva bene a tutti

E.P.

«Ha insegnato a Pistoia a fare sport e a vincere Aveva capito che le vittorie sono figlie del tempo vissuto bene insieme»

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PISTOIA «Un articolo di giornale non può bastare per contenere tutto quello che mi lega a Robi». Fiorello Toppo attacca così il suo ricordo fiume di quello che non è stato un semplice presidente. Non lo è stato per chi è solo transitato in via Fermi, figuriamoci per il capitano più rappresentativo della presidenza Maltinti al Pistoia Basket. L’uomo che ha alzato la coppa per la promozione in A1, l'ennesima per il presidente già in curva con la Baraonda a cantare. «Siamo stati tanti anni e tanto bene insieme» dice Toppo. «Ognuno avrà mille aneddoti legati a lui, è normale, Roberto è una di quelle persone che rimangono».

«Lui sapeva che poteva contare su di me e io su di lui – continua Toppo – lo guardavo e mi trasmetteva forza, mi dava lo stimolo per uscire dalle difficoltà. Si è sempre riconosciuto in me, in Matteo Bertolazzi, in Daviddi, probabilmente in noi rivedeva il suo spirito».

Guarda caso, sia Toppo che Daviddi lo hanno voluto come testimone di nozze. «Lui comunque amava tutti i giocatori – continua l'ex lungo biancorosso – e tutti amavano lui anche se la stagione non era andata bene». Altra verità: i messaggi non sono solo quelli di altri ex del calibro di Gek Galanda, "Mihele" (come lo chiamava lui con la C aspirata toscana), Antonutti o Ron Moore («Hai un'anima bellissima, mi ricorderò sempre di te» scrive Ronnie). Ma a ricordarlo ci sono giocatori di una sola annata come Tommaso Laquintana («Sei stato come un padre»), Yakouba Diawara, Tyrus McGee che hanno condiviso la stessa difficile stagione. Fino a Bobby Jones, Marcos Casini, Alessandro Bencaster e chissà quanti altri che hanno scritto messaggi privati.

«Ho girato molte squadre ma la sua gestione umana è stata unica – continua Fiorello – mi porto dietro il suo concetto di unione, la sua conduzione familiare della società che è stata anche criticata ma io l'ho sempre trovata una ricchezza. Ha fatto avvicinare al basket imprenditori come Antonio Caso o Fabrizio Tesi che hanno avuto il suo stesso rapporto di condivisione con la squadra, aprendoci le porte delle loro case. Era molto attento alla condizione delle nostre compagne, la mia la chiamava "la capitana". Aveva ragione».

Sorriso e grinta l'hanno contraddistinto negli alti e bassi dello sport, come della vita. Nel 2010, dall'ospedale per un grave problema fisico, rispondeva ai giornalisti incitando i suoi ragazzi nonostante stesse combattendo una battaglia ben più dura. Fu ancora una volta un esempio di umanità. «Il nostro rapporto diventò più forte al mio terzo anno qui – continua Toppo – il primo dopo la partenza di Bertolazzi in Legadue. Giocavo male e volevo andarmene. Lui mi convinse a rimanere, io ancora non sapevo cosa aveva fatto a Pistoia questo omone e mi catturò con il suo modo di fare. Ha insegnato a fare sport a Pistoia e anche a vincere perché ha vinto molto, avendo capito che le vittorie sono figlie del tempo vissuto bene insieme». —

E.P.

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