Il Tirreno

Pistoia

sanità nel mirino 

La perizia mette sotto accusa il radiologo «L’embolia polmonare era evidente»

Massimo Donati

Per la morte della 28enne Cristiana Capecchi il perito della procura individua un unico responsabile tra i 4 medici indagati

2 MINUTI DI LETTURA





pistoia. Solo quattro minuti. Tanto era durato l’esame. Dalle 23,13 alle 23,17 di quel fatidico 14 febbraio. Quattro minuti soltanto, che però hanno fatto la differenza, fra la vita e la morte. Tra il diagnosticare la micidiale embolia polmonare in atto e il non vederla, in un’angiotac che, sebbene non eseguita tecnicamente nel più corretto dei modi, non presentava particolari difficoltà di lettura. O almeno non le presentava secondo i medici legali incaricati dalla procura della Repubblica di far luce sulla tragica fine di Cristiana Capecchi, la giovane morta nella serata del 24 febbraio scorso, stroncata dalla crisi respiratoria che l’aveva colpita dopo che, nell’arco dei dieci giorni precedenti, era stata per tre volte visitata al pronto soccorso di Pistoia e sempre rimandata a casa con una diagnosi di pleuropolmonite.

Nella perizia depositata nelle mani del procuratore Giuseppe Grieco, titolare dell’inchiesta, il consulente tecnico Susanna Gamba (che si è avvalsa della collaborazione del collega radiologo Teseo Stefanini) non lascia spazio a dubbi: la morte della 28enne impiegata pistoiese sarebbe diretta conseguenza dell’errata diagnosi da parte del medico radiologo che il 14 febbraio, su richiesta della collega di turno al pronto soccorso, che ipotizzava, appunto, la presenza di un’embolia polmonare, aveva eseguito un’angiotac con mezzo di contrasto.

Nessuna colpa professionale sarebbe invece da addebitare agli altri tre medici indagati, quelli di turno quando Cristiana si era presentata al pronto soccorso. Secondo la ct del pubblico ministero, la responsabilità sarebbe unicamente di Gian Piero Giannetti, 53 anni, romano ma domiciliato a Pistoia. Sotto un duplice profilo. Non solo per aver escluso erroneamente la presenza di segni di embolia polmonare (risultati poi visibili in sede di perizia, durante l’esame delle immagini computerizzate alla presenza anche dei consulenti degli indagati e dei familiari della vittima, rappresentati dall’avvocato Pamela Bonaiuti), ma anche per aver eseguito in modo non corretto l’esame: iniettando una quantità eccessiva di liquido di contrasto e decidendo, di fronte ad un risultato non ottimale, di non ripeterlo.

Fatto sta che era stato in seguito alla sua diagnosi errata che sia la collega di turno quella sera che il collega che lo era il 18 febbraio successivo (quando Cristiana Capecchi si era ripresentata al pronto soccorso con febbre e sintomi ancor più accentuati) avevano stilato una diagnosi di pleuropolmonite, prescrivendo, come da protocollo, una terapia a base di antibiotici e cortisone.

“La diagnosi di embolia polmonare era possibile il 14 febbraio 2019 e, se posta correttamente in tale data, avrebbe determinato l’opportuna e tempestiva scelta terapeutica indicata... consentendo la sopravvivenza della paziente con elevato grado di probabilità scientifica” conclude perciò la consulente. —

Massimo Donati

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