Gioco
Il cuore di Nicolò ha ceduto nella notte Trentenne morto dopo lo schianto
Nessun segno di frenata: apparentemente inspiegabile l’incidente che è costato la vita a un impiegato di banca
pistoia. Il cuore di Nicolò si è fermato nella notte a Careggi, mentre i medici dell’ospedale fiorentino tentavano disperatamente di dare un altro finale, un finale lieto, alla drammatica storia che ha portato il trentenne pistoiese in sala operatoria. Ma non c’è stato niente da fare. Troppo gravi le ferite riportate da Nicolò Nerozzi nello schianto di venerdì pomeriggio sulla via Vecchia Montanina di Gello, a poca distanza dall’abitazione dove il giovane viveva con la madre e la compagna.
Per tutta la mattinata di ieri le voci sulla sorte del trentenne impiegato di banca si sono rincorse. Già in nottata era stato dato per morto, poi dall’ospedale di Careggi è arrivata la smentita che ha riacceso le speranze, ma alla fine il decesso è stato definitivamente confermato.
Nicolò di fatto è morto in sella alla sua moto, finita a tutta velocità contro il muro che costeggia la Vecchia Montanina, all’incrocio con la corta rampa che arriva dalla tangenziale.
È confermato che non ci sono altri mezzi coinvolti nell’incidente e la dinamica è semplice nella sua drammaticità: poco prima delle 18 la moto ha percorso a velocità sostenuta la rampa di uscita dalla tangenziale, è arrivata allo stop senza fermarsi e si è schiantata contro il muro. Dinamica semplice ma apparentemente incomprensibile, perché Nicolò, come raccontano gli amici e testimoniano le foto sul suo profilo Facebook, era uno che in moto ci sapeva andare. Non solo sulle strade normali, ma anche sulle curve del circuito del Mugello, dove ogni tanto amava provare l’ebbrezza della velocità. Dunque era uno che sapeva calcolare le distanze e le staccate, uno da cui non ti aspetteresti un errore di valutazione così plateale come quello che lo ha portato a sbattere contro quel muro.
Ecco perché ieri si sono fatte strada due ipotesi che non sarà semplice verificare. La prima è che Nicolò abbia avuto un malore mentre percorreva quel tratto di strada, un malore che gli avrebbe fatto perdere il controllo nel punto meno indicato, senza la possibilità di accostare. La seconda è che ci sia stato un problema alla moto, un cedimento dei freni o un problema alle ruote. Sulla prima ipotesi potrà dire qualcosa l’autopsia, mentre sulla seconda gli eventuali accertamenti tecnici che però non si sa se siano stati disposti dalla Procura o eseguiti dalla Municipale.
Quel che è certo è che quel tratto di strada non era assolutamente una novità per Nicolò Nerozzi; lo faceva praticamente ogni giorno per tornare a casa e presumibilmente ne conosceva le insidie.
«No, non è un bell’incrocio quello - dice la titolare del negozio di alimentari cento metri più su lungo la Vecchia Montanina - ma in 21 anni che sto qui non ci era mai scappato il morto». Tanto più che in questo caso non stiamo parlando di uno scontro tra due mezzi, ma di una moto che ha fatto tutto da sola.
«Ma sì, abitava qui vicino e quella strada l’avrà fatta mille volte - annuisce la barista della Misericordia di Gello - Dicono che era uno che ci stava attento, e dunque...».
E dunque non resta che tornare a dare un’occhiata ai segni lasciati sull’asfalto. Apparentemente non si notano segni di frenata prima dello stop. Ci sono però due solchi sull’asfalto dopo la linea bianca, come se la moto fosse caduta ancora prima dell’impatto fatale col muro. Anche di questo si dovrà occupare la polizia municipale che ha effettuato i rilievi dell’incidente e ha riferito alla Procura. Si dovrà cioè capire perché Nicolò è caduto, forse nell’estremo tentativo di evitare lo schianto. «Noi eravamo dentro al bar - aggiunge la barista - e abbiamo sentito un gran botto. Pensavamo ci fosse stato uno scontro tra due auto, ma c’erano due clienti qui fuori e hanno detto di aver visto la moto che faceva un volo prima di ricadere sull’asfalto. L’ambulanza della Croce Verde è rimasta a rianimarlo per più di tre quarti d’ora e a un certo punto abbiamo capito che le condizioni di quel ragazzo erano davvero disperate». —
Paolo Nencioni
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