Gioco
Quelle lettere anonime che dettero il via alle indagini della Digos
pistoia. Un processo celebrato con il giudizio immediato cautelare quello arrivato davanti alla Cassazione, in quanto vedeva come imputati solo gli indagati (imprenditori, politici e funzionari pubblici) arrestati al termine dell’inchiesta sugli appalti pilotati che nel giugno 2012 scosse come un terremoto l’intera provincia. Associazione a delinquere, corruzione, turbativa d’asta, falso i reati contestati a vario titolo.
Un’inchiesta, portata avanti dalla Digos della questura, che prese il via in seguito a due lettere anonime inviate alla procura su come venivano gestiti gli appalti del Comune di Pistoia. Anonimi in cui venivano fatti i nomi di pubblici ufficiali e imprenditori. I primi accertamenti confermarono la corrispondenza di quei nomi e la polizia passò ad analizzare su internet le determine comunali per l’affidamento dei lavori pubblici: le aggiudicazioni erano in effetti appannaggio sempre di un ristretto numero di imprese. Un indizio serio per ritenere che la partecipazione alle gare fosse condizionata dai rapporti fra di loro.
E dai cosiddetti servizi di osservazione, la Digos aveva riscontrato l’esistenza di una frequentazione fra i pubblici ufficiali (Marcello Evangelisti, allora dirigente dell’ufficio, e del funzionario Stefano Meoni) che aggiudicavano i lavori del Comune di Pistoia e gli imprenditori che li ottenevano. Da lì erano seguite le intercettazioni, telefoniche e ambientali, che avevano rivelato il coinvolgimento anche di altri enti e altri pubblici ufficiali. Con l’esponente socialista Roberto Riccomi che sembrava essere il trade union fra imprenditori e pubblici ufficiali.
Con in mano tali elementi, il pm Francesco Sottosanti aveva chiesto 26 misure cautelari: il gip ne aveva concesse 23, eseguite l’11 giugno 2012, seguite da perquisizioni, sequestri e acquisizioni di documenti sulla base dei quali erano arrivate altre accuse. Così come dai successivi interrogatori di testimoni e indagati. —
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