Italia
Meno glifosato e più natura con il “Vivaismo sostenibile”
L’Associazione Vivaisti Italiani presenta a Masiano il progetto che punta ai fondi del bando regionale Pid
PISTOIA. Gira e rigira, si torna sempre a parlare di glifosato, l’erbicida al centro delle polemiche per il suo uso massiccio nei vivai e per la sua pericolosità per la salute. Tanta parte dei vivaisti lo utilizza e ne rivendica la piena legittimità, ma sono sempre di più quelli che comunque stanno lavorando per farne un uso via via più ridotto.. Un esempio è il progetto “Vivaismo per un futuro sostenibile”, che giovedì 30 maggio l’Associazione vivaisti italiani (organismo capofila del progetto e soggetto referente del Distretto vivaistico) ha presentato nella sala convegni del Circolo di Masiano (via di Masiano 10/f). Un progetto nato e cresciuto in seno all’Associazione, che parteciperà al bando regionale 2019 per i Progetti integrati di distretto agroalimentare (Pid), bando che distribuirà complessivamente 5 milioni di euro.
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A presentare il progetto è stato il presidente dell’Associazione Luca Magazzini, coadiuvato per l’occasione da alcuni tecnici che potranno fornire i dettagli a tutti gli interessati.
In che modo il progetto punta a ridurre l’uso del glifosato? Mediante la diffusione di tecniche produttive a basso impatto ambientale, in particolare quelle sviluppate dal progetto “Autofitoviv”, già finanziato e coordinato dall’Associazione vivaisti. In parole povere, si tratta di diffondere tra le aziende vivaistiche alcune tecniche e pratiche naturali che riducano lo sviluppo di erbe infestanti, le cosiddette “erbacce”, per sterminare le quali si usa, appunto, il glifosato.
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Tre soli esempi. Il primo: usare schegge di legno (il cosiddetto “cippato”) proveniente dai boschi dell’Appennino, nei vasi, dopo averli riempiti di torba. Così le erbacce non trovano un substrato dove germogliare. Il secondo: in un campo a vasetteria, stendere sopra al tradizionale strato di tessuto non tessuto e a quello di pietrisco, uno strato bis di tessuto non tessuto, in modo da poterlo pulire periodicamente, eliminando i semi di erbe infestanti che si posano a terra e germogliano. Il terzo: il glifosato si diffonde nei corsi d’acqua soprattutto col fenomeno del “dilavamento”, cioé con lo scorrere delle acque piovane a terra su superfici come quelle delle vasetterie, acque che poi finiscono in fossi e ruscelli. Per ridurre il fenomeno, allora, è bene tenere non coltivate a vasetteria le fasce esterne delle aree produttive, in modo che il dilavamento si diffonda con maggiore difficoltà.
Ma “Vivaismo per un futuro sostenibile” non si ferma a questo. Si punta innanzitutto ad agevolare le innovazioni nelle varie fasi della produzione (le cosiddette “innovazioni di processo”), in modo da avere aziende più moderne e al passo con i tempi (basta pensare alle grandi possibilità di impiego dell’informatica).
E poi c’è tutto un filone dedicato al “miglioramento delle modalità di commercializzazione” e alla “valorizzazione del prodotto tramite l’accordo di distretto tra i partecipanti”. «Finora – spiega Luca Magazzini – nel vivaismo il modello prevalente è stato quello di una azienda capofila che si rivolge ai mercati, anche quelli internazionali, e diverse altre aziende fornitrici della prima. Noi invece ci proponiamo di essere un collante tra le aziende partecipanti, al punto da poter fare a meno di una capofila e di avere rapporti interni più equilibrati».
La scadenza del bando è fissata al primo luglio: per quel giorno l’Associazione vivaisti conta di avere un numero sufficiente di adesioni al progetto per farlo decollare. —
Fabio Calamati
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