Il Tirreno

Pistoia

la battaglia

Vi racconto mio padre, operaio morto d’amianto

Valentina Vettori
Marco Vettori, l'operaio che portò avanti la battaglia per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori esposti all'amianto
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Marco Vettori, l'operaio che portò avanti la battaglia per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori esposti all'amianto

Ero bambina, ricordo ancora i suoi incontri con i compagni di fabbrica e sindacato. Lui visse come un tradimento la mancata costituzione di parte civile del Comune 

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Valentina Vettori è una giornalista pistoiese che collabora con “Il Tirreno”. È la figlia di Marco, operaio e sindacalista della Breda, morto a 59 anni nel 2013. Il nome di Marco fa parte della lunga lista di coloro che sono morti per patologie riconducibili all’amianto. Marco fu anche l’operaio che dette inizio alla battaglia e portò avanti le rivendicazioni dei lavoratori. Nell’articolo che segue, Valentina traccia un ricordo del padre. 
 
 
 
La prima immagine che mi balza alla mente, se scorro i ricordi da bambina che ho di mio padre e la sua battaglia per il riconoscimento dell’esposizione all’amianto per i lavoratori dell’allora AnsaldoBreda di via Ciliegiole, è un fotogramma di lui con indosso la tuta blu con il cavallino rosso sul cuore, agitato davanti alle telecamere. Sarà stato il 1997, anno più anno meno. Io frequentavo la seconda o la terza elementare. La parola amianto non sapevo neanche cosa significasse, ma piano piano cominciavo a rendermi conto che avrebbe riempito la mia infanzia. E così è stato. A quel tempo non capivo cosa stesse succedendo, ho immagini frammentate. Ricordo mio padre, i suoi amici e compagni di lavoro e le continue riunioni del sindacato. Un turbinìo di eventi che, solo molti anni dopo, sono riuscita a rimettere in fila per ricomporre l’intero puzzle di cui mio padre, Marco Vettori, operaio saldatore esposto all’amianto – come decine e decine di suoi compagni di fabbrica – fu l’autore. Una battaglia per i diritti dei lavoratori, che ha combattuto convintamente fino ai suoi ultimi mesi di vita quando, dal letto d’ospedale, nel febbraio 2013, ha voluto in ogni modo registrare una video intervista di denuncia contro l’amianto e l’uso che ne fu fatto negli stabilimenti prima San Giorgio e poi Breda. Una sorta di durissimo lascito testamentario, a futura memoria.
 
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Per partire dal principio, però, bisogna fare un salto al 1993 (l’anno dopo l’entrata in vigore della legge 257 che mette al bando l’amianto e riconosce i benefici previdenziali per gli esposti). È in quel momento, infatti, che un gruppo ristretto di lavoratori, tra i quali mio padre, insospettiti dalle tante, troppe morti per patologie polmonari, dà vita alla commissione amianto. Una testa d’ariete pronta a sfondare quel muro di silenzi e polvere d’amianto. I primi a mettersi contro quei lavoratori, però, sono tanti dei loro stessi compagni, forse spaventati dalle conseguenze imprevedibili di una battaglia percepita come contro i mulini a vento. E intanto i morti aumentano, sempre più giovani come Eligi Nesti (morto nel 1995 a 54 anni a causa di un mesotelioma), e la rabbia e il senso di impotenza di chi sopravvive crescono di pari passo. Nel 1997 muore di mesotelioma anche Franco Maestroni, 60 anni, e mio padre è con lui in ospedale. La goccia che fa traboccare il vaso e lo convince ad andare direttamente in Procura per parlare con il sostituto procuratore Jacqueline Monica Magi, che avvia le indagini. Documenti alla mano, emergono tutti gli elementi per procedere con un processo penale il cui obiettivo è dimostrare la responsabilità dei dirigenti dell’azienda che sapevano e avevano taciuto. 
Mio padre va in pensione nel 1999, dopo il riconoscimento di almeno dieci anni di esposizione alla fibra killer silenziosa. Il processo arriva nel 2002, ma quando il consiglio comunale di Pistoia esprime voto contrario alla costituzione di parte civile (il sindaco era il Ds Lido Scarpetti, ex dipendente dell’azienda), per mio padre è un duro colpo, che credo non abbia mai accettato. Un tradimento nei confronti degli operai morti, di quelli malati e delle loro famiglie. Due anni dopo, un’altra doccia fredda. Tutti i dirigenti dell’azienda imputati vengono assolti da ogni accusa. La battaglia di mio padre e di molti suoi colleghi, però, non si ferma. Prosegue nonostante tutto, anche quando la sentenza d’appello conferma l’assoluzione per i dirigenti. 
La malattia di mio padre arriva nel 2011. Gli viene diagnosticato un colangiocarcinoma al fegato, malattia piuttosto rara che studi dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna pubblicati dopo la sua morte, avvenuta il 6 marzo 2013, definiscono correlabile con l’esposizione all’amianto. Anche da malato, però, continua a stare vicino agli ex compagni di lavoro, come Mauro Bertucci, che muore poco dopo a causa di un mesotelioma provocato dall’esposizione all’amianto. Nel 2013 nasce anche il Centro di documentazione sull’amianto intitolato a mio padre. Un grande archivio, oggi digitalizzato, che racconta una battaglia lunga oltre vent’anni. Una storia di fabbrica in cui i protagonisti, morti e vivi insieme, sono persone che con forza e determinazione hanno portato allo scoperto una verità dura da accettare. Operai, orgogliosi di esserlo, che hanno lottato per ottenere giustizia e far sì che cose del genere non accadessero altrove.  
 

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