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PISTOIA. “Cosa ho fatto, cosa ho fatto. Ora la mia vita è rovinata per sempre”. Ha ancora nelle orecchie le parole di quel giovane disperato e con le mani nei capelli Albana Fabbri. Tra i vicini di casa è stata una delle prime ad affacciarsi alla finestra quando, sabato sera, ha sentito le urla che arrivavano da fuori, da davanti al cancello della villetta accanto alla sua, in piazza Salvatore Carnevale. Dove Alessio Bini, facendolo cadere a terra con un calcio, davanti a casa, aveva appena causato la morte di Flaviano Nocentini, padre del suo amico del cuore, Jonathan.
«Ho sentito Jonathan che gridava “aiutatemi, aiutatemi. Il babbo sta male”. Era pieno di sangue sulle mani. E poi Alessio: “Sono rovinato, sono rovinato per tutta la vita” . Ma non sono uscita». Perchè nel frattempo Jonathan si era diretto dall’altra parte della piazza, un vasto quadrilatero circondato da villette con giardino, a poca distanza dal centro commerciale Panorama.
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«Quando ho sentito le urla e i ringhi del cane che stava mordendo qualcuno, io e mio marito abbiamo aperto la finestra – racconta Barbara Tomentoni, che conosce Jonathan fin da piccolo e da anni anche Alessio – Poi mi sono sentita chiamare: “Barbara aiutami, aiutami”. Era Jonathan, che veniva verso di me. E sono uscita. Aveva le mani sporche di sangue. “Aiutami, aiutami” diceva. E mi ha abbracciata. Credevo che si fosse fatto male lui, invece erano le ferite fatte dal cane, che lo aveva morso mentre cercava di rianimare il padre. “Alessio ha dato un calcio al babbo, lo ha fatto cadere, credo che stia morendo”. Gli si piegavano le gambe. Io cercavo di sostenerlo, ma è un ragazzone alto. E poi avevo l’ombrello...».
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Poi, sorreggendolo, ha cercato di accompagnarlo verso la villetta sua e del padre, al di là della piazza, al numero 4, perché nel frattempo aveva visto arrivare un’ambulanza: voleva farlo soccorrere. «Almeno lo medicano, ho pensato. Ma fatti pochi metri ho scorto Flaviano a terra. E mi sono fermata – prosegue – Alessio mi ha dato il suo cellulare, mi ha chiesto di avvertire lo zio. Che poi è stato chiamato da un altro vicino. Poi è arrivata un’altra ambulanza e gli ho affidato Alessio».
Da tanti anni la signora Barbara conosce la famiglia Nocentini. E la difficile situazione in si è sempre trovata. Anche quando la moglie della vittima, e madre di Jonathan, Elisabetta Venturi, viveva ancora lì. Problemi, amche economici, per i quali quella famiglia era nota anche ai servizi sociali. Anche Barbara nel tempo ha fatto tanto per loro: anche accogliendo Jonathan in casa sua. «Alessio lo conosco da tempo perché andava all’asilo con mia figlia – prosegue – E ci parlavo spesso. Mi diceva della sua voglia di aiutare Jonathan. A volte dandogli una mano anche con una ricarica del cellulare o pagandogli qualche bevuta. “Ma come possiamo aiutarli Barbara?” mi chiedeva. E adesso...».