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Femminicidio di Sammommè: 20 anni all’assassino di Lamiae
La Corte d’assise d’appello ha confermato la condanna dell’amico di famiglia che uccise la 28enne di origini marocchine dando fuoco alla sua abitazione
PISTOIA. È bastata poco più di un’ora di camera di consiglio ieri nattina alla Corte d’assise d’appello di Firenze per confermare la condanna di primo grado per omicidio volontario: 20 anni di reclusione per Afzal Hussain, 32 anni, profugo pakistano, riconosciuto colpevole di aver ucciso, il 6 ottobre 2016, appiccando le fiamme alla sua abitazione, Lamiae Chriqui, 28enne di origini marocchine, che da qualche anno, nella piccola frazione collinare di Sammommè, aveva iniziato una nuova vita assieme al marito.
Una pena che il 16 novembre 2016 era stata il risultato dello sconto di un terzo dovuto per la celebrazione del processo di primo grado con il rito abbreviato davanti al gup del tribunale di Pistoia e del fatto che il giudice aveva ritenuto equivalenti all’aggravante della crudeltà le attenuanti generiche concesse per la confessione resa dall’imputato a suo tempo.
Nella mattinata di ieri, i giudici fiorentini hanno anche confermato la condanna dell’imputato al pagamento dei danni alle parti civili, disponendo il pagamento di una provvisionale di 250.000 euro al marito della ragazza uccisa, Jamal Mouttadakkil, rappresentato dalle avvocate Pamela Bonaiuti e Giulia Pagliano, e di una di 40.000 euro al proprietario dell’abitazione distrutta dalle fiamme, rappresentato dall’avvocato Fausto Malucchi. Spetterà al giudice civile quantificare il risarcimento: un pro forma, visto che l’imputato è nullatenente.
Come detto, teatro dell’agghiacciante tragedia, fu il piccolo paesino collinare di Sammommè. Dove Hussain era arrivato a metà settembre, ospite come profugo nell’albergo Arcobaleno, e dove aveva stretto amicizia con Lamiae e Jamal. Forse nelle ore trascorse nella casa di via Valdi e Sammommè, in Hussain era maturata una passione che Lamiae non poteva e non voleva corrispondere. Una passione che forse quel pomeriggio aveva scatenato la sua furia, quando aveva aggredito la giovane donna. Prima picchiandola ripetutamente al volto, fratturandole uno zigomo, poi accoltellandola ad una mano, amputandole un dito. Lamiae si era difesa con le unghie, graffiandolo, ed era riuscita a divincolarsi e a rifugiarsi in bagno. Hussain aveva preso la bombola del gas che si trovava in cucina, l’aveva piazzata davanti alla porta del bagno, aveva aperto il rubinetto e aveva appiccato il fuoco con l’accendino a una sorta di torcia di carta piazzata lì sotto. Per poi scappare in strada prima che l’abitazione si trasformasse in un inferno.
Ieri mattina, al temine della sua requisitoria, il procuratore generale aveva chiesto la conferma di 20 anni di reclusione, mentre l’avvocato difensore, Chiara Demattè, aveva chiesto la derubricazione del reato da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale, o, in subordine, l’esclusione dell’aggravante della crudeltà. —
Massimo Donati
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