Il Tirreno

Pistoia

tribunale 

Operatrice a processo per maltrattamenti: una nuova accusa choc

Massimo Donati
La sede della Fondazione Maria Assunta in Cielo
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La sede della Fondazione Maria Assunta in Cielo

Dalla testimonianza di una ex collega della Fondazione Maic l’ipotesi di atti sessuali su uno degli ospiti della casa famiglia

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PISTOIA. Una testimonianza che potrebbe comportare ulteriori conseguenze penali per l’imputata quella resa ieri nel corso dell’udienza del processo che vede una ex operatrice della Fondazione Maria Assunta in Cielo (ex Aias) accusata del reato di maltrattamenti nei confronti di tre ospiti della struttura. Ieri, davanti al giudice monocratico, una collega di allora della donna ha raccontato di come, a suo tempo, una delle tre parti offese, un giovane, le avesse fatto capire, a parole e a gesti, come l’imputata, almeno in un’occasione, lo avesse portato in bagno e lì lo avesse masturbato.

A Daniela Tesi, 58 anni, nel capo d’imputazione formulato dal pm titolare dell’inchiesta, Claudio Curreli, nel chiedere il processo, si contesta di aver colpito a mestolate due ospiti della casa famiglia – uno affetto dalla sindrome di Down e uno da un grave deficit mentale – affidati alle sue cure, per costringerli a lavarsi, obbligandoli inoltre ad utilizzare acqua troppo calda, per poi lasciarli da soli nel bagno, nudi e insaponati, per andare a prendersi un caffè. Vittima di un altro episodio di maltrattamento sarebbe stata anche una ospite costretta sulla sedia a rotelle, colpita con un sonoro ceffone in quanto non stava seduta con la schiena dritta. I fatti sarebbero avvenuti nel corso del tempo, fino al 30 giugno 2014.

In caso di condanna, la Fondazione Maic dovrà provvedere al risarcimento dei danni in solido con l’imputata, in quanto è stata citata in giudizio come responsabile civile, su richiesta avanzata dall’avvocato di parte civile Pamela Bonaiuti, che rappresenta una delle parti offese.

Ieri mattina, davanti al giudice monocratico Alessandra Aiello, è stato chiamato a testimoniare il padre dell’uomo affetto dalla sindrome di Down che ha raccontato di come il figlio gli avesse più volte fatto capire come l’operatrice della casa famiglia lo maltrattasse. E di come, il figlio, quando veniva accompagnato alla struttura, avesse paura ad entrare e, quando vedeva l’imputata cominciasse a dire il suo nome associato alle parole “nocchini”, “mestolo”, “picchia, picchia”. E se vedeva l’auto della donna davanti alla casa famiglia cominciasse a urlare “chiama polizia, chiama polizia”. «Ora va in un’altra struttura – ha spiegato – ed è molto felice: “andare a scuola, andare a scuola” dice sempre».

Quindi, le testimonianze di alcune ex colleghe dell’imputata. Da cui è emerso come i responsabili fossero stati informati di quanto le tre parti offese avevano riferito loro sui maltrattamenti. E da una di loro è stato raccontato di quando uno dei tre ospiti, affetto da un grave deficit mentale, le aveva fatto capire ciò sarebbe avvenuto nel bagno della struttura. Secondo lei, in più di un’occasione.

Le indagini della procura, affidate alla Squadra mobile della questura, erano partite in seguito all’esposto sporto proprio dalla famiglia del ragazzo Down. Prossima udienza, a marzo. —

Massimo Donati
 

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