Il Tirreno

Pistoia

«Lasciato morire sul pavimento»: per la vedova pm chiede 17 anni

Massimo Donati
«Lasciato morire sul pavimento»: per la vedova pm chiede 17 anni

Secondo la pubblica accusa forse sarebbe bastata una telefonata al 118 per salvare l’ex vigile del fuoco

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PISTOIA. L’ultima umiliazione, l’ultima violenza. Lo ha lasciato lì a morire d’infarto sul pavimento freddo di una stanza senza riscaldamento, con il naso rotto, a pancia in giù in una pozza di sangue. Con quella stessa totale indifferenza che aveva contraddistinto anni di maltrattamenti. Portati avanti con crudeltà, malvagità, e senza alcun motivo, gratuitamente. Con un picco di percosse coinciso con gli ultimi due, tre giorni di vita del marito e culminato con la sua morte. Non immediata, ma arrivata dopo due, tre, quattro ore di agonia. Durante le quali sarebbe forse bastata una telefonata al 118 per scongiurarla. . Diciassette gli anni di reclusione che, al termine della propria requisitoria nell’aula bunker di Firenze, il pm Giuseppe Grieco ha chiesto per Bogdana Marinova Vesselinova, la 50enne di origini bulgare accusata di aver provocato – con i suoi maltrattamenti – la morte del marito, il 54enne ex vigile del fuoco Antonio De Witt Molendi, trovato senza vita la mattina del 5 febbraio dello scorso anno, sul pavimento della squallida cameretta in cui era costretto a dormire.

“Maltrattamenti aggravati dalla morte” il capo di imputazione. Un’aggravante che in 28 anni di carriera il pubblico ministero non aveva mai contestato, come ha spiegato ieri ai giudici della Corte d’assise di Firenze, di fronte alla quale si sta celebrando il processo. «Un processo straordinario» lo ha definito il pm Grieco, proprio perché in aula la vittima non c’era. «La voce di Antonio De Witt non è stata ascoltata perché lui è morto la notte di quel 4 febbraio. Ma qui abbiamo ascoltato uno coro di voci. Di chi lo conosceva, di chi gli voleva bene, di chi lo incontrava tutti i giorni, di chi lo ha visto crescere. Un quartiere intero ci ha raccontato ciò che ha vissuto Antonio De Witt».

Il reato di maltrattamenti per configurarsi deve essere di natura abituale. Non episodi di violenza saltuari, ma continuati nel tempo. E le varie voci ascoltate in aula – spiega il pm – questo l’hanno confermato: anni di percosse, umiliazioni, offese, di occhi pesti, mani gonfie come palloncini, orecchi tumefatti... «Ognuno ha fornito un pezzetto del mosaico, un frammento diverso. Che non avrebbero grande valore probatorio se non ci fosse il collante di una testimonianza diretta» continua il pm riferendosi al giovane egiziano che per un paio d’anni ha frequentato la casa dei coniugi De Witt, assistendo alle cinghiate inferte dall’imputata al marito, a lei che lo inseguiva per la casa, alle umiliazioni da lui patite quando la donna gli ordinava di andare a dormire perché lei doveva fare sesso proprio con quel suo giovane ospite.

Poi il picco di percosse nelle ultime 72 ore di vita della vittima: 22 gruppi di lesioni, quasi tutte incompatibili con una caduta, dice il pm, forte della relazione del proprio perito. Come quelle sulla parte anteriore delle gambe, livide dalle ginocchia alle caviglie. Picco in cui si inserisce l’evento finale, la morte, l’aggravante. La causa non si sa, ma un dato oggettivo assoluto c’è: l’orario della caduta in avanti della vittima, a corpo morto, nella sua cameretta. Il tonfo viene udito alle 21,45 dalle inquiline del piano di sotto, durante l’intervallo di Bologna-Napoli. Seguito da un’esclamazione di fastidio dell’imputata. Poi il silenzio. L’infarto? Prima o dopo la caduta non ha importanza. Il fatto è che la prima telefonata la Marinova la fa alle 23,08. Al figlio. Che gli dice di chiamare il 118. Così come nelle telefonate delle 23,33, delle 23,52 e di mezzanotte e venti. «Poi alle 4,36 l’imputata chiama un’amica con cui sta al telefono mezz’ora – aggiunge il pm – Poi il muratore per dirgli di non venire quella mattina. E solo alle 8,10 chiama il 118».

Malvagità, totale disinteresse, 17 anni di reclusione. —

Massimo Donati

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