Gioco
Esposto in procura dei tre disabili sfrattati dall’Albergo popolare
Devono lasciare la struttura il 31 dicembre ma non hanno lavoro e sono disabili: chiedono chiarezza sulle case popolari
Pistoia. «Non abbiamo un lavoro, siamo invalidi civili e non abbiamo una casa popolare. L’assistente sociale Simona Turco ci ha ribadito che dobbiamo uscire dall’Albergo popolare il 31 dicembre. Non abbiamo informazioni sul nostro destino e nessuno si interessa a noi. L’unico futuro che ci aspetta è dormire per strada». È quanto messo nero su bianco da Maurizio Lo Monaco, Settimo Casesi e il figlio Santo in un esposto presentato alla procura della Repubblica mercoledì scorso.
I tre disabili sfrattati dall’albergo popolare tornano a far sentire la loro voce e decidono di usare questo metodo per chiedere aiuto al sindaco Alessandro Tomasi, al vice sindaco Anna Maria Celeste e a Chiara Pierotti, direttrice della struttura gestita dall’associazione Gruppo Incontro in cui vivono da due anni. Un periodo ben più lungo dei sette giorni per il servizio di prima accoglienza notturna e per tre mesi, prorogabili fino ad un anno, per la così detta accoglienza di breve durata, previsti dal regolamento dell’Albergo popolare. «La permanenza nella struttura è temporanea – sottolineano i tre nell’esposto –, ma non trovando una soluzione lavorativa adeguata, siamo rimasti più tempo anche a causa dei nostri problemi di salute.
Uno ha infatti un’invalidità del 75%, un altro del 50% e il terzo disturbi da ansia o panico invalidanti. Hanno già ottenuto un anno di proroga, ma non hanno risolto i loro problemi di salute e lavoro ne, sostengono, «sono stati aiutati da chi ci aveva promesso tanto un lavoro quanto una casa popolare». Ed è proprio sui criteri di assegnazione di queste strutture che i tre disabili chiedono chiarezza alla procura: «Abbiamo partecipato al bando per le case popolari e per quelle di emergenza, ma non abbiamo ricevuto risposta».
«In tutto questo tempo ci siamo rivolti più volte al sindaco, al vice sindaco e alla direttrice della struttura per chiedere un aiuto concreto per permetterci di vivere con dignità – concludono i tre –. Purtroppo ne il Comune, ne i servizi sociali si interessano alla nostra situazione». —
Giuseppe Boi
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