Gioco
Ijari, Casa di Monte saluta l’arrivo del piccolo “uragano”
Nel borgo vivono meno di 30 persone e da anni non c’erano nuove nascite La madre Gaia: ho scelto di partorire in casa, niente di più naturale per una donna
piteglio
La madre continua a dire che è nato proprio lì. Siamo nella camera da letto e pensiamo che intenda il letto stesso. Ma la mano della donna indica da un’altra parte. Il pavimento della stanza. Sorge un dubbio, ma la risposta è proprio quella che abbiamo capito. «No no – afferma Gaia Virbino – è nato in quel punto del pavimento. Ho fatto un parto da accovacciata, perché è la posizione più naturale».
E così, lo scorso 9 novembre alle 3, 30 del mattino dopo sette ore di travaglio, Ijari Mixcoatl ha visto la luce. Gaia, 30 anni antropologa, ha scelto di partorire in casa, in quel “Villino Leila”, di discendenza materna, dove è venuta ad abitare da circa un anno con la sua famiglia dopo aver lasciato Torino. La giovane donna ha scelto, consapevolmente ed in completa sicurezza, di far nascere il suo bambino in casa, assistita da due ostetriche, Elena Cristiano ed una collega. Ma anche attorniata dai suoi familiari, quelli che le avrebbero dato l’affetto necessario, la madre Isabella Vergnano, il marito Emilio Garcia Fuentes, 49 anni originario del Messico, Alicia Ponce, un’amica di famiglia, ma anche la primogenita Maya, 4 anni e mezzo che ha assistito a tutto il parto confortando la madre. «Già per la bimba più grande-spiega Gaia-avevo seguito un percorso di nascite in casa a Torino e mi sono avvicinata a questa realtà però tanto tempo fa».
Infatti Gaia ha fatto una tesi di laurea che analizza il parto nelle sue mille forme, anche sotto l’aspetto culturale. «Qui mi sono scontrata con la realtà di montagna-continua-con pochi servizi, e l’obbligo di percorrere lunghe distanze per arrivare al primo ospedale. Però per me partorire in casa significa stare in un luogo ideale, significa proteggere me, il bambino, la mia famiglia. Credo molto nella forza di ogni donna e nella sua capacità di conoscere il proprio corpo e i propri istinti, rimanere in connessione col bambino. Noi tutte-afferma la giovane madre– siamo in grado di far nascere i nostri figli. Pensare al luogo della nascita è fondamentale. Quando la gravidanza è a basso rischio come la mia, cosa c’è di meglio che essere in casa? È il nido, no? Andare in ospedale-prosegue– significava interrompere tutto questo, e creare una barriera. Significa impossibilità di avere accanto a me le figure di cui avevo bisogno, che può essere mio marito ma non solo. Ognuno di loro svolgeva un compito in quel momento. Avevo bisogno di mia figlia che c’era ed ha visto tutto e per me era importante la sua presenza perché il parto non deve essere un tabù, ma cultura della nascita».
Poi Gaia Virbino spiega in maniera semplice ma diretta il messaggio che vorrebbe arrivasse a tutte le donne. «Ogni donna-dice– dovrebbe avere la possibilità di scegliere. Oggi è come se avessero consegnato le proprie capacità agli specialisti, dimenticandosi che invece siamo tutte in grado di partorire. Il parto secondo me è un evento gioioso ed io ho partorito con la sicurezza che non succedesse niente, con la presenza di due ostetriche. In questi casi abbiamo un’alta concentrazione su di noi». Anche il padre Emilio Garcia è felicissimo della nascita del figlio maschio. Mostra una scultura tipica della cultura del suo Paese che raffigura un parto da accovacciata: «In Messico il parto è visto come un grande evento, è un vero rituale». Il piccolo Ijari Mixcoatl sembra essere nato davvero sotto una buona stella e già il suo nome, che significa sorgente di vita ed anche uragano, è un segno importante. –
CARLO BARDINI
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