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caso de witt 

Il perito: morto di “crepacuore” per i maltrattamenti subiti

Samuele Bartolini
Un momento del processo De Witt, a Firenze
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Un momento del processo De Witt, a Firenze

Al processo contro la vedova dell’ex vigile del fuoco le drammatiche immagini delle lesioni sul cadavere

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PISTOIA. «Antonio De Witt è morto per una crisi cardiaca provocata dal forte stress per i numerosi traumi subiti». È il professor Marco Di Paolo, dell’istituto di medicina legale dell’Università di Pisa, a spiegarlo davanti ai giudici della Corte d’assise di Firenze, nel processo contro la vedova della vittima, Bogdana Marinova Vesselinova, accusata di averne causato la morte con i suoi continui maltrattamenti.

Il consulente di parte del pm Giuseppe Grieco, spiega che quella tragica notte tra il 4 e il 5 febbraio 2017 il cuore di Antonio De Witt si è fermato perché non ha retto alla “scarica” di intossicazione adrenalinica causata dai traumi sparsi in tutto il corpo: lividi, graffi e lacerazioni, su tutta la parte anteriore del corpo. Troppo lo stress, in pratica è morto di “crepacuore”. Queste le cause che, secondo il professor Di Paolo, hanno portato al decesso di Antonio De Witt.

Si potrebbe obiettare che il pompiere avesse già dei problemi cardiaci. Soffriva di epilessia, era a rischio attacchi d’ansia e prendeva tanti farmaci. Forse dunque il cuore ha ceduto perché era già un cuore sofferente? Marco Di Paolo esclude questa ipotesi: «Dagli esami risulta che De Witt non era cardiopatico. Non ci sono tracce di ischemie e non è stata una trombosi a provocare la morte: dall’autopsia non risulta un’occlusione delle arterie coronariche così importante da poter provocare un infarto».

Esclusa dunque l’ipotesi “cuore debole”.

Durante l’illustrazione della propria consulenza, Di Paolo si è servito anche delle foto scattate alle lesioni riscontrate sul corpo dell’ex vigile del fuoco: le lacerazioni alla testa come se qualcuno c’avesse infierito sopra con un bastone o un oggetto in ferro, il naso rotto, i graffi sulle guance, sul mento, sul collo. E poi i segni dietro i ginocchi.

Il professor Di Paolo fa scorrere le immagini su un maxi schermo e risponde alle domande del procuratore capo facente funzioni Grieco e dell’avvocato difensore Benedetta Berardinelli.

«In tutto ho contato ventidue lesioni o gruppi di lesioni ecchimotiche – dice Di Paolo – e sono tutte di natura contusiva. Ovvero: sono state provocate dall’urto con uno strumento contundente, ma non tagliente. È uno strumento che non taglia, ma fa spandimento emorragico sotto la pelle».

Insomma, secondo il consulente le lesioni sul corpo di Antonio De Witt sono tutte di natura contusiva e non sono compatibili con una caduta accidentale. «Avremmo potuto spiegarle con le cadute se fossero state due o tre lesioni. Ma il De Witt sarebbe dovuto cadere tantissime volte in un periodo di tempo abbastanza limitato per avere ventidue lesioni, cosa francamente poco credibile», spiega di Paolo.

E poi entra nel particolare. «Prendiamo le lesioni plurime sulle mani. Sono traumi rilevanti sul palmo e sul dorso. I traumi sul dorso sono molto probabilmente lesioni da difesa. È come se il De Witt avesse messo le mani avanti per difendersi da un soggetto che lo aggredisce».

E sono tutte lesioni prodotte prima della morte. Tutte databili in un periodo che va dalle 24 alle 48 ore prima del decesso. «A dirlo – continua Di Paolo – sono le analisi istologiche sul cadavere».

Dopo aver ascoltato il consulente della pubblica accusa, il presidente della corte Raffaele D’Isa ha aggiornato l’udienza al prossimo 22 novembre.
 

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