Gioco
Caporalato, gli incontri al bar e il pakistano che selezionava i braccianti
Molti dei giovani sfruttati dai “caporali” arrivavano in treno alla stazione di Montale dove ad attenderli c’erano i capi dell’organizzazione
montale. «Molti ragazzi arrivavano in treno. Uscivano dalla stazione e si radunavano attorno al pakistano, quello che è considerato il capo della banda». Ahamad Mushtaq appoggiava dei fogli su un tavolo. A volte all’esterno, altre dentro il bar Mary. «Diceva ad ognuno dei ragazzi dove sarebbero andati quel giorno – racconta Monica Pierucci – “Tu lì, tu lì”... e così via. Spesso, nel gruppo, c’erano anche due ragazze. Una che sembrava dell’Est europeo e una di colore». Anche i migranti erano tutti di colore: Nigeria, Niger, Mali, Gambia... In numero minore magrebini: «In giro – spiega la titolare del bar – si sente dire che marocchini e tunisini sono meno gestibili, perché si portano sempre il fumo dietro. Le canne insomma».
Monica e il marito aprono il bar all’alba. Dalla primavera hanno visto spesso l’autocarro col telone blu e il furgone bianco coi finestrini nella zona della stazione. «Davanti al bar venivano date ad ognuna dei lavoratori le destinazioni di lavoro della giornata e poi li vedevi salire sopra. Mi si stringeva il cuore».
Una vera e propria organizzazione di “caporali”, con i migranti reclutati alla stazione di Montale, davanti all’Esselunga di Prato, e anche sul viale Adua, a Pistoia.
Lo stesso don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, denunciò a luglio al Tirreno che uno dei giovani da lui ospitati era salito un paio di volte su quei furgoni, per andare a lavorare nei campi «in giro per la regione». L’operazione “Black wine” ha portato alla luce un fenomeno, quello del caporalato, che si credeva limitato ai campi di pomodoro del Sud. Così non è. –
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