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Caporalato, il racconto dei braccianti-schiavi: "Accettavo quel lavoro per mandare soldi a casa"

Valentina Vettori
Caporalato, il racconto dei braccianti-schiavi: "Accettavo quel lavoro per mandare soldi a casa"

Pistoia, la testimonianza di alcuni migranti finiti nella rete dello sfruttamento smantellata dalla Squadra mobile: 10-12 ore al giorno per 40 euro, qualcuno non ha riscosso

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PISTOIA. «Quando salivamo su quel furgone, speravamo solo di scendere vivi, perché chi era alla guida viaggiava come un pazzo». «A fine giornata, dopo ore nei campi a zappare, eravamo esausti». «Il viaggio durava anche tre, quattro ore». «Io devo avere centinaia di euro». «I soldi mi servono per mandarli a casa».

Sono frammentari i racconti che emergono, con fatica, dalla voce dei richiedenti asilo finiti nella rete del fenomeno del caporalato a Pistoia che, lunedì sera, ha portato all’arresto di tre persone di nazionalità straniera, colti in flagranza del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

I ragazzi sono ospiti di un Centro di accoglienza straordinaria nella provincia di Pistoia. Sono seduti intorno a un tavolo. La mediatrice culturale spiega loro degli arresti e del perché dell’intervista. I ragazzi, tutti centro africani, di nazionalità senegalese, maliana e ivoriana, si guardano tra di loro, annuiscono, si mettono le mani sul viso. Si capisce dai loro sguardi che avrebbero tante cose da raccontare, ma non vogliono. Forse, hanno paura persino di una giornalista. Perché il lavoro è lavoro, anche se è pagato poco. Forse, perché oltre ai tre caporali arrestati, in giro per Pistoia ce ne sono altri, e domani è un altro giorno. Domani, forse, si sale su un altro furgone.

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E i soldi servono perché devono essere mandati a casa, dalla famiglie rimaste in Africa. A tradurre domande e risposte c’è la mediatrice che parla il francese. Con lei, con cui hanno fiducia, i ragazzi, già nei giorni precedenti, avevano cominciato a raccontare degli episodi di sfruttamento nei campi, ma di fronte a una penna e un taccuino si bloccano. Emerge solo un nome, quello di un certo Mustafa, o almeno così lo chiamano loro. Mustafa, il caporale. Tutti lo conoscono, ma nessuno ne parla, o almeno non italiano. La conversazione si svolge in francese, le voci si accavallano l’una sull’altra. La mediatrice li tranquillizza, traduce e integra il racconto con le storie ascoltate nei giorni precedenti. E piano piano emergono frammenti di storia.

La modalità di intercettazione dei giovani è sempre la stessa, il passaparola. Sono gli stessi migranti che si accodano alla carovana dei disperati, pur di prendere dei soldi, e finiscono nella rete dello sfruttamento nei campi. Il furgone li caricava anche in via Fiorentina. Il luogo strategico però era la stazione ferroviaria di Montale-Agliana, dove quel furgone – avvistato anche dagli stessi operatori di un Centro di accoglienza straordinaria la sera prima degli arresti – caricava e scaricava il suo carico umano.

Otto, nove persone per volta stipate dietro. Viaggi, a volte, interminabili e spaventosi, perché chi guidava lo faceva come un pazzo. La paga? Trentacinque, quaranta euro per otto ore di lavoro, a cui si aggiungevano quelle del viaggio. E c’è anche chi confida che deve avere centinaia di euro. Soldi che, probabilmente, non vedrà mai più. Ma la paura di ritorsioni, e di perdere eventuali altri lavori nei campi, continua a essere più forte della voglia di raccontare. –

VALENTINA VETTORI. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.
 

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