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Pistoia

Reclutavano i richiedenti asilo: in carcere la banda dei “caporali”

MASSIMO DONATI
Reclutavano i richiedenti asilo: in carcere la banda dei “caporali”

Dai centri di accoglienza ai campi di mezza Toscana stipati nei furgoni e sfruttati per poco più di 4 euro all’ora  

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PISTOIA

A Montale, davanti alla stazione ferroviaria, e a volte a Prato, nei pressi del supermercato Esselunga di via Fiorentina. Ma anche a Pistoia, in viale Adua. E lungo la strada verso Agliana. Era lì che prima dell’alba venivano caricati sui furgoni. Per lo più richiedenti asilo dei centri di accoglienza. Ma anche stranieri con permesso di soggiorno per motivi umanitari, senza dimora o con una famiglia da mantenere. Arrivati in Italia dal Gambia, dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria... Ma anche da Marocco, Tunisia e Pakistan. Tutti in cerca di una vita migliore e tutti con lo stessa fame di lavoro.

Manodopera da sfruttare per la “banda dei caporali” alla cui attività ha messo fine la Squadra mobile della questura di Pistoia con l’operazione “Black Wine”. Un’indagine, la “Vino Nero”, nata lo scorso luglio e che ha preso forma proprio nel periodo della vendemmia. E che si è conclusa nella stagione della raccolta delle olive con i tre arresti che gli investigatori diretti dal vicequestore Antonio Fusco hanno eseguito il flagranza nella serata di lunedì. Quando, dopo averli seguiti per tutto il giorno, hanno bloccato quattro furgoni stipati di migranti di ritorno da una giornata di lavoro negli oliveti di Montemurlo, Empoli, Vinci e Bagno a Ripoli. Trenta profughi che su quei furgoni erano saliti fra le 5 e le 6 del mattino, stipati come bestie per poco più di 4 euro all’ora.

A finire in carcere per il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, Ahamad Mushtaq, 45 anni, pachistano, residente ad Agliana. E assieme a lui (ritenuto il capo della banda, l’organizzatore), accusati dello stesso reato previsto dall’articolo 603 bis del codice penale, Mohammad Haji, 47 anni, pachistano, e Laamiri El Hassan, 54 anni, marocchino, anche loro residenti ad Agliana.

Altre quattro persone sono state denunciate a piede libero, tra cui un consulente del lavoro che esercita la propria attività in due studi di Pistoia, perquisiti ieri mattina dalla polizia.

Secondo gli inquirenti – l’indagine è stata diretta dal procuratore capo facente funzioni Giuseppe Grieco – a tirare le fila era, come detto, il Mushtaq. Sarebbe lui il titolare di fatto della ditta “Servizi agricoli Pk Verde”, intestata ad un altro pachistano (irreperibile, ritenuto un prestanome) ma con sede proprio all’indirizzo di casa del Mushtaq. Ditta che offriva i propri servizi ad aziende agricole di mezza Toscana, con cui stipulava regolari contratti di fornitura, spesso annuali, per manutenere vigne e oliveti e garantire potature, vendemmia e raccolta delle olive. Contratti da migliaia di euro (fino a 20.000), rispettati però impiegando e sfruttando i migranti bisognosi di lavoro.

Che venivano pagati anche meno di 4,3 euro all’ora (a fronte di un minimo sindacale di 7,5) e solo per quelle ore trascorse nei campi e non per quelle impiegate per i lunghi viaggi di andata e ritorno. Naturalmente al nero, sebbene alle ignare aziende committenti – grazie alla collaborazione del consulente del lavoro – veniva d volta in volta presentata la documentazione che attestava regolari assunzioni e coperture assicurative.

Preziosa per la polizia, per ricostruire il modo in cui veniva aggirata la legge, la collaborazione alle indagini da parte dell’Ispettorato territoriale del lavoro Prato-Pistoia: a fianco del questore Salvatore La Porta, ieri in conferenza stampa, erano infatti presenti la dirigente Ernestina Perrini e la responsabile dell’Ufficio vigilanza Valeria del Pizzo.

Durante la nottata di lunedì, gli uomini della Mobile hanno ascoltato e messo nero su bianco le testimonianze dei 30 braccianti trovati a bordo dei quattro furgoni (tra l’altro intestati a Mushtaq o alla moglie). E da loro hanno avuto le conferme alle prove già raccolte con i pedinamenti e le intercettazioni telefoniche e ambientali che si sono susseguite da luglio, quando era arrivata loro la notizia che anche a Pistoia esisteva il caporalato: paghe da fame e condizioni di lavoro estreme, con mezz’ora per consumare il pranzo portato nello zaino e neppure un gabinetto dove andare.

L’ultimo pedinamento, per l’intera giornata di lunedì, dall’alba al tramonto. Una pattuglia civetta per ogni furgone, dai luoghi di raccolta dei profughi alle aziende in cui venivano lasciati assieme ai capisquadra. E lungo la via del ritorno. Quando i quattro furgoni sono stati bloccati e scortati in questura. —

MASSIMO DONATI

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