Gioco
Al lavoro gli operai in cassa integrazione: azienda condannata
Il fustificio quarratino dovrà restituire all’Inps 110.000 euro Già processati per truffa i cinque soci: 10 mesi di reclusione
QUARRATA
Davanti al gip del tribunale penale, i cinque soci dell’azienda – imputati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche – avevano patteggiato lo scorso anno la pena di 10 mesi di reclusione ciascuno. Adesso, per il legale rappresentante della “P.G. Fusti srl” di Quarrata è arrivata la condanna da parte dei giudici della Corte dei conti: accusato di aver continuato a far lavorare gli operai per i quali aveva ottenuto la cassa integrazione, Massimiliano Pretelli dovrà restituire all’Inps gli oltre 110.000 euro indebitamente percepiti dal primo gennaio 2013 al 31 agosto 2014.
Il procedimento della magistratura contabile aveva preso il via da una segnalazione della procura di Pistoia, che aveva già aperto un’inchiesta sull’azienda quarratina (che produce fusti per mobili imbottiti) in seguito ad un’indagine della Guardia di Finanza. Nel corso della quale era emerso che tre operai dell’azienda aveva continuato ad andare al lavoro a tempo pieno, nonostante la cassa integrazione in deroga ottenuta per loro a causa dello stato di crisi.
Fondamentali, secondo la Corte dei Conti, nel provare le accuse, e in particolare il dolo, le dichiarazioni di un ex dipendente, andato in pensione nel settembre 2012: “Egli ha riferito – spiegano i giudici – che, una mattina del 2008 o 2009, i soci amministratori hanno comunicato (a lui e agli altri lavoratori) che sarebbe stato necessario ricorrere, stante un periodo di crisi della società, alla cassa integrazione, ma che i lavoratori avrebbero comunque dovuto continuare a svolgere il proprio orario di lavoro per permettere all’impresa di riprendersi. In tal modo, i lavoratori avrebbero percepito l’indennità mensile a titolo di cassa integrazione (pari a circa 500/600 euro), con il pagamento in contanti della restante somma, necessaria a formare l’originario stipendio. Tali condizioni furono accettate dalla maggior parte dei lavoratori, attesa la necessità di lavorare”.
Tra le prove a carico, anche i riscontri effettuati sui tabulati telefonici degli operai, che, mostrando i ripetitori a cui i loro cellulari si agganciavano nel corso della giornata, avevano dimostrato la loro presenza in azienda anche quando non avrebbero dovuto lavorare. Nell’arco del mese erano tre o quattro soltanto i giorni di lavoro previsti dalla cassa integrazione, e proprio per questo, secondo i giudici, non poteva essere una coincidenza che gli operai fossero stati trovati al lavoro in occasione di tutte e tre le ispezioni effettuate dalla Finanza.
Probante anche il dato di consumo di energia elettrica, che negli anni della cassa integrazione (2009-2014) era risultato stranamente superiore a quando l’azienda lavorava a pieno regime.
I difensori del Pretelli avevano presentato un’eccezione di inammissibilità dell’azione erariale contestando il fatto che l’azienda aveva di fatto già restituito i 110.000 euro indebitamente percepiti, in quanto nella sentenza di patteggiamento era stata disposta la confisca di beni per un pari ammontare: una duplicazione sanzionatoria non consentita dalla legge, secondo i legali.
“Per consolidata giurisprudenza di questa Corte – hanno però spiegato i giudici contabili – la confisca disposta in sede penale assolve ad una funzione essenzialmente sanzionatoria, in quanto attiene all’equivalente monetario del profitto conseguito con la commissione del reato, non potendosi allora ritenere che l’ammontare della stessa possa costituire un risarcimento per l’amministrazione danneggiata». —
MASSIMO DONATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google