Gioco
Una casa famiglia in Benin grazie ad Amici di Francesco
L’associazione pistoiese è nata nel 2006 per ricordare il piccolo Francesco Massaro Dodici anni di donazioni e volontariato nell’Africa povera
PISTOIA
In dodici anni di impegno in Benin, gli Amici di Francesco ne hanno fatta di strada. E non solo perché tra Abomey, dove nel 2006 venne aperto il primo centro per l’accoglienza e il reinserimento familiare dei neonati abbandonati, e Natitingou dove ad inizio 2018 è stata inaugurata la casa famiglia per 20 bambini realizzata anche grazie al contributo della Chiesa Valdese, ci sono più di 400 chilometri.
La strada è un percorso di amore in ricordo del piccolo Francesco Massaro, scomparso a soli 3 anni nel 2000, per portare quel sorriso mai dimenticato ai bambini di un paese in cui l’abbandono infantile rimane una piaga sociale. Un percorso che vede mamma Anna Battaglia, combattiva come recita il suo cognome, in prima fila per creare tra Pistoia e il Benin un legame forte a sostegno dei cinque centri all’avanguardia creati in collaborazione con realtà locali (le suore Oblate che gestiscono il centro “Francesco Massaro” di Abomey o i coniugi Andrè e Christine della Ong beninese Vea che vivranno nella casa famiglia fresca di apertura).
Il ponte Pistoia- Benin è fatto di donazioni, sostegno a distanza (almeno 200 le famiglie coinvolte), cure dentistiche apportate da professionisti volati dalla Toscana in Africa e tante iniziative di autofinanziamento come il "pic nic" sotto le stelle nel frutteto della Camposanpiero venerdì 7 settembre, inebriato dalle note della Nick Becattini Blues Jamming Class.
E i viaggi solidali: Francesca Vettori ed Elena Pratesi sono due volontarie che hanno toccato con mano i progetti dell’associazione. «Ho sempre avuto voglia di conoscere questa realtà, di vedere l’Africa di cui parliamo tanto ma sappiamo poco da vicino» dice la biondissima Francesca, 22 anni, che in Benin ha fatto volontariato intrattenendo i piccoli dei centri che l’hanno “ripagata” trasformando la sua chioma biondissima in un tripudio di treccine. «Sono stata negli ospedali della zona dove vengono curati anche i ragazzi dei centri- dice Elena, 27 anni- è bello vedere che i soldi raccolti vanno ai ragazzi perché crescano con i loro mezzi».
Il filo che lega i primi progetti di sostegno all’infanzia abbandonata, a quelli più recenti per gli adolescenti, è rafforzare il collegamento con le famiglie e incentivare la frequenza scolastica. «Con gli anni- racconta Anna- dai centri per piccoli siamo passati alla costruzione di case famiglia, supportando progetti scolastici. Alcuni dei ragazzi hanno completato il percorso di studi e vogliono studiare agronomia. Il nostro sogno sarebbe sostenerli in veri e propri percorsi lavorativi di coltivazione e pesca». —
ELISA PACINI
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