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Dieci capre e la libertà: la scelta dell’ultimo pastore

Paolo Gestri
Dieci capre e la libertà: la scelta dell’ultimo pastore

Giuseppe Greco è emigrato dalla Calabria quando aveva quindici anni «Più giusto chiamarmi “capraio”. E no, non vorrei vivere in un modo diverso»

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casalguidi

L’ultimo pastore, precisamente capraio, è lui, Greco Giuseppe, detto Pino, giovanotto sessantanovenne. Perché «quando son dovuto venir via dalla Calabria, con la mia innamorata mi sono lasciato». Ora vive a Casalguidi, in via Baco, «un’ora a passo lento» dal centro dove ha trovato un prato che «le capre tengono pulito» brucando erba e pruni inerpicate alle siepi. «Sono anche una guida – ti informa orgoglioso – come quando d’estate è bruciato il monte ed io, pratico del bosco, ho insegnato le “carreggiate” ai vigili del fuoco, dove si potevano aprire viottole di quattro metri per fermare il fuoco».

«Tutti mi vogliono bene, sono felice, anche le capre mi danno retta, si sono affezionate, anche i capretti». Dieci capre («Mi hanno detto che non ne posso tenere di più, ma io non ci campo! ») e un gruppo di capretti con un occhio alle mammelle delle madri: questo il suo patrimonio. «Due capretti per volta, i più bravi e belli, diventeranno caproni, gli altri li devo vendere. I caproni si innamorano almeno una volta all’anno e dopo che hanno messe incinte le femmine li vendo». Vende anche il formaggio? «Nooo! sennò i capretti che mangiano? ».

Greco Giuseppe detto Pino è venuto dal Sud a quindici anni, da Umbriatico di Catanzaro. «Piangevo, l’ho scritto anche in una canzone perché sono pure poeta e canto alle feste d’amore e pastori. Prima invento le parole e poi la musica; mi piace ballare. Piangevo l’amore, ma le dicevo ritornerò. In quella canzone, che è stata la prima, ci ho messo la mia giovinezza e la mia Calabria piena di sole. Mi ha reso facile scrivere questa canzone». E te la canta tutta con voce pulita, mentre guarda le capre a passeggio sul prato. «Loro sanno che io le vedo e mi tengono d’occhio, sono intelligenti e si raggruppano in fretta. Si riparte quando vedo che non hanno più voglia di pascolare».

Con una canna riporta i capretti nel branco, e con la stessa fa capire al gregge che bisogna andare. Pino avanti si mette in testa mentre il cane sergente compatta la schiera. «Senza peso, torno a casa in un’ora, piano piano; se riporto qualcosa ce ne metto due».

Uno direbbe: Madonna che vita! Ma Pino ti ghiaccia: «Neanche qui mi lamento. In collina le capre mangiano bene, bevono acqua pulita ed io ci metto passione. Perché sono generose, più delle pecore che hanno meno cervello e più brave di tanta gente. È bella vita del pastore all’aria buona, ma certa gente è cattiva. Una volta andai a cantare ad una festa, mi rubarono cinque capretti: cinque per cento, cinquecento euro. Così dormo, talvolta, insieme alle capre; nella stalla c’è più caldo che in casa, ma ci dormo per fare la guardia». –

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