Il Tirreno

Pistoia

Dopo la maternità l'Inps presenta il conto: "Ci deve ventimila euro"

Valentina Vettori
Dopo la maternità l'Inps presenta il conto: "Ci deve ventimila euro"

Pistoia, va in congedo per assistere la figlia gravemente malata, ma manca un foglio e l'istituto chiede i soldi indietro

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PISTOIA. Un documento mancante e la gioia di una maternità che si trasforma in un incubo burocratico. La strega cattiva, in questo caso, è l’Inps che – a distanza di due anni dalla domanda di maternità, risultata poi incompleta – oltre ad annullare al datore di lavoro le agevolazioni relative all’assunzione di una collega per coprire il periodo di assenza, chiede anche la restituzione di ventimila euro. Cifra quattro volte superiore ai cinquemila percepiti dalla donna come retribuzione nel periodo di maternità obbligatoria, e addirittura superiore al totale percepito durante l’intero periodo di assenza dal lavoro.

A raccontare la vicenda è una donna pistoiese, Chiara (il nome è di fantasia per non rendere riconoscibile la figlia, affetta da una grave malattia, ndr), che in una lettera di sfogo a “Il Tirreno” mette nero su bianco la situazione angosciante che sta vivendo. Tutto è cominciato nel novembre del 2017, quando Chiara e il marito – dopo aver scoperto la malattia della figlia – avanzano all’Inps la richiesta di un congedo dal lavoro per assistere la loro piccola, nata nel 2016, a cui è stata diagnosticata una rara patologia tumorale maligna. La richiesta viene subito accolta, ma per la donna arriva anche un’altra mazzata: l’Inps le dice che la domanda di maternità avanzata nel 2015 era incompleta, quindi non valida.

Cos’era successo? Nel luglio 2015 Chiara scoprì di essere incinta e presentò – tramite il patronato Cia – una richiesta di maternità anticipata, regolarmente accettata dall’Inps. Dopo la nascita della bimba, aggiunge una richiesta di maternità facoltativa, anch’essa regolarmente accettata dall’Inps. Quello che non presenta, invece, è la domanda per la maternità obbligatoria, che copre i due mesi precedenti al parto e i tre successivi. «Perché, in tutta buona fede – spiega la donna –, la ritenevo la naturale prosecuzione della maternità anticipata», chiesta in precedenza. Peraltro, «nessuno mi aveva rilevato la mancanza del documento, altrimenti avrei rimediato».
Poi, la scoperta della patologia della piccola e la necessità di chiedere un congedo dal lavoro. Ed è in quel momento – a distanza di oltre due anni dalla richiesta di maternità – che la donna viene informata dall’Inps del problema, ma anche del fatto che sono scaduti i termini per porvi rimedio e che, quindi, l’unica possibilità è pagare. Ma la cifra, ventimila euro, è enorme. Il riconoscimento del periodo di maternità di Chiara – a causa della mancanza di quel documento mai inviato – è stato annullato d’ufficio, poiché i 5 mesi del periodo obbligatorio, di fatto, non risultano essere mai stati richiesti. E, di conseguenza, sono stati annullati anche i due periodi della maternità anticipata e facoltativa.

«Non so nemmeno da dove cominciare per descrivere lo sconforto – dice la donna – Non ho prodotto alcuna documentazione falsa al fine di ottenere benefici economici. Che mia figlia sia nata è un dato di fatto, e ora mi sento derubata. Derubata da una burocrazia con i paraocchi, che nonostante l’evidenza di una maternità, a causa della mancanza di un richiesta telematica, preferisce considerare mia figlia come mai nata, e cancellare la mia maternità. Mi sento trattata alla stregua di un falso invalido, ma io non ho truffato nessuno».
L’Inps, comunque, già al corrente della vicenda, – contattato dal Tirreno – fa sapere che a stretto giro darà anche la sua versione. Intanto, mamma Chiara aspetta. 
 

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