Sicurezza
Abusi su un bambino: 16 anni al padre, 15 a mamma e “zio”
Dopo essere stato affidato a una nuova famiglia il piccolo aveva raccontato il suo inferno andato avanti per tre anni
PISTOIA. Reati di una gravità indicibile li aveva ha definiti il pm, pensando soprattutto a quell’immagine: la madre che con la mano tappa la bocca del figlioletto mentre gli altri adulti abusano di lui. «Una mostruosità» ha detto. E tale l’hanno ritenuta evidentemente i giudici del tribunale di Pistoia che, nel tardo pomeriggio di ieri, hanno inflitto delle condanne pesantissime ai tre imputati sotto processo per violenza sessuale pluriaggravata nei confronti del bambino: 16 anni al padre, 15 alla madre e altrettanti a un loro parente, il cugino del padre, che il piccolo chiamava zio. Di origine marocchina i due uomini, italiana la donna (non ne scriviamo le generalità per tutelare l’anonimato della vittima), dopo appena mezz’ora di camera di consiglio il collegio presieduto dalla giudice Jacqueline Magi li ha condannati anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni morali, biologici e materiali, con il pagamento in solido di una provvisionale immediatamente esecutiva di 50.000 euro alla giovane vittima, oggi quasi maggiorenne.
Al termine della sua requisitoria, il pubblico ministero Giuseppe Grieco aveva chiesto per ciascuno di loro 11 anni di carcere, ritenendo tutti parimenti colpevoli, sia i due uomini che avevano ripetutamente abusato del bambino da quando aveva meno di sette anni a quando stava per compierne dieci, sia la madre: «Non c’è giustificazione per lei» ha detto, non perché era succube del marito, delle sue continue violenze... «Le ho chiesto più volte di venire in procura per raccontare ciò che succedeva in quella casa. Non si è mai presentata».
A causa di una serie di trasferimenti di sede per competenza territoriale fra Prato, Firenze e Pistoia, è stato un procedimento penale lunghissimo quello a cui la sentenza di primo grado di ieri ha messo un primo punto fermo.
Le violenze descritte nel capo di imputazione iniziano nel 2007, in un contesto familiare in cui da tempo il padre torna a casa sempre ubriaco e si sfoga sulla moglie, che a sua volta trasferisce quelle violenze sul figlio, non risparmiandogli botte e mestolate. La famiglia, seguita per questo già dai servizi sociali vive in un comune del Pratese, ma nel fine settimana – sabato, domenica e molto spesso anche il lunedì – vanno a casa del cugino del padre, in un comune della Piana pistoiese. Ed è lì che iniziano le violenze sessuali. E che vanno avanti per anni. Fino a quando, nel 2009, il bambino – dopo che erano emersi i maltrattamenti che subiva in casa, ma solo quelli – non viene affidato ad un’altra famiglia: e un giorno di agosto, in spiaggia, si confida con la mamma affidataria.
«Quando si è reso conto che la vita che lui viveva prima non era la vita normale» ha detto il pm. Che quello che in casa gli dicevano essere solo un “gioco”, anche se molto doloroso, non era in realtà tale. «Dobbiamo attribuire delle condotte terribili a degli esseri umani, vedere se i due profili, quello del mostro e quello dell’essere umano, si possono sovrapporre, se coincidono» ha proseguito il pm.
Secondo il tribunale, in quella famiglia i mostri erano realtà. —
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