Il Tirreno

Pistoia

il futuro dei nomadi

L’appello dei rom del Brusigliano: «Non mandateci via»

di Valentina Vettori
L’appello dei rom del  Brusigliano: «Non mandateci via»

Ancora incerta la decisione del Comune sull’insediamento.  La guida del campo: «Siamo pronti a ripulire tutto» 

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PISTOIA. «Molti di noi non sono qui non per scelta, ma per necessità. Tante famiglie hanno una casa, altre ci vorrebbero andare e hanno fatto domanda per averla. Altre, invece, non possono andarci per via del lavoro. Chi raccoglie il ferro o viene chiamato per svuotare le cantine ha bisogno di uno spazio, come questo campo, dove tenere per un po' gli oggetti prima di rivenderli. In una casa non è possibile».

A parlare è Muharem Hadzovic (per tutti Mario), classe 1958, montenegrino di nascita ma residente a Pistoia dal69 e da anni cittadino italiano. Hadzovic è la guida del campo rom sul Brusigliano, dove, oltre a lui e alla moglie, vivono una sessantina di persone, per la metà minori. E spiega così il perché delle molto famiglie che ancora vivono sul Brusigliano.

Anche se sottolinea che lui non fa parte di quel campo. Perché la casetta in legno dove vive sorge su un terreno che ha acquistato alla metà degli anni80, e che confina con l’area dove risiedono le altre famiglie. Il campo, ammette, è una discarica a cielo aperto sul Brusigliano, ma «siamo disponibili a ripulire, portando via la roba. Se ci danno la possibilità – dice – lo facciamo noi, per evitare spese al Comune. Lo abbiamo anche chiesto e il Dano ha risposto che dobbiamo prima avere un permesso dall’amministrazione. Quindi aspettiamo».

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Si rimane in attesa, anche di capire cosa sarà di quel campo. Il Comune si è già posto un obiettivo: dismetterlo. Una scelta – come ha sottolineato qualche settimana fa la vicesindaco Anna Maria Celesti – in linea con le direttive europee che ne chiedono l’eliminazione. Un’alternativa sarebbe quella di individuare edifici vuoti dove trasferire le sedici famiglie, utilizzando i 500.000 euro che la Regione ha già messo a disposizione. Progetto in antitesi con quello della precedente amministrazione che proponeva la realizzazione, poco distante da lì, di un villaggio con casette in legno.

A cassarlo, però, l’Autorità di bacino per il rischio dissesto idrogeologico. Ma cosa ne pensano le famiglie rom della proposta della giunta Tomasi?

«Anche se trovassero degli edifici o dei casolari abbandonati – commenta Hadzovic – costerebbe il doppio di un risanamento di questo campo o della sistemazione di un villaggio qui». Lasciando intendere che il loro, non è un no a prescindere, ma che preferirebbero rimanere lì, eliminando la discarica. Un ammasso di rifiuti di ogni genere – accresciuto anche dai conferimenti abusivi di tanti pistoiesi – che comincia appena superate le cappelle del commiato del San Jacopo e si spinge fino al Brusigliano.

«Siamo qui ormai da 50 anni. Ci siamo abituati anche a questo. Dove vuoi andare?».

Vivere in un campo rom permette l’integrazione? «A Porta lucchese, che è il nostro quartiere – spiega l’uomo – siamo integrati. Non c’è discriminazione. I nostri ragazzi vanno a scuola con i loro coetanei. Certo, chi vive in una casa, ha maggiori possibilità. Ma tutti i nostri ragazzi crescono con valori come il rispetto per tutte le persone di qualsiasi colore. Insegniamo la non violenza, l’ascolto, l’importanza dell’ospitalità e il rispetto per gli anziani. Siamo un popolo di gente allegra e accogliente».

Anche per questo Hadzovic racconta di aver fondato, lo scorso anno, l’associazione Stella per la tutela e la diffusione della cultura romaní, ma anche per incentivare l’integrazione nel tessuto socio-economico pistoiese dei giovani Rom e Sinti attraverso lo sport, le attività culturali, il teatro, il lavoro.

«Ho un progetto per i ragazzi, ma non sono ancora riuscito a dare il via a iniziative. Sono alla ricerca di un po' di aiuto, anche dal Comune. Il nostro popolo è maestro nel lavorare i metalli, ma sono tutti mestieri che stanno scomparendo. Per questo facciamo lavori umili come svuotare cantine e raccogliere il ferro. Attività che ci permettono di sopravvivere, non di arricchirci. Però, tra di noi, ci sono anche meccanici specializzati, cuoche. Mio fratello si è laureato in Medicina. Purtroppo, per questioni economiche, gli studi dei nostri ragazzi si interrompono, perché l’università non ce la possiamo permettere. Magari la prossima generazione avrà più possibilità di noi».
 

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