Il Tirreno

Pistoia

Favole: «Questa è una città davvero a misura di festival»

di Elisa Pacini
Favole: «Questa è una città davvero a misura di festival»

Parla l’antropologo che accompagna la kermesse fin dalla sua prima edizione: «Iniziativa radicata e attesa» 

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PISTOIA. Un'offerta culturale che non ha avuto paura della qualità, che non ha strizzato l'occhio a temi alla moda, creando un modello di comunicazione con la città. È questa per Adriano Favole, l'essenza del “modello Pistoia” che ha contribuito alla crescita del festival “Dialoghi sull’uomo” che da oggi a domenica torna per la nona edizione a fare di Pistoia la capitale dell'antropologia. Prima ospite e da qualche anno consulente del festival, l'antropologo-docente all'Università di Torino conosce bene la manifestazione e la città che - dice- ormai aspetta l'appuntamento con “Dialoghi sull'uomo”.

Favole, come sono cambiati i “Dialoghi” negli anni?

«C'è grande continuità nell'offerta culturale che non ha avuto paura della qualità e ha creato fiducia in chi la segue. Ne è la prova il fatto che ormai anche su nomi molto noti al mio mondo dell'antropologia ma meno al grande pubblico, facciamo dei numeri incredibili già in prevendita. C'è interesse e curiosità di scoprire. Pistoia deve essere orgogliosa di questo seguito: girando tra i festival letterari anche quelli nascenti mi capita molte volte di sentir dire che si sono ispirati ai Dialoghi. Mi dicono che sono venuti spesso a Pistoia e che ormai siamo un modello: non solo per i nomi, ma perchè c'è il radicamento col territorio, c'è la partecipazione del comune».

Insomma i Dialoghi non sarebbero la stessa cosa senza la guardia di San Jacopo sul tendone di Piazza Duomo?

«Parlare di “modello Pistoia” non è un azzardo. In Italia ci sono almeno mille festival letterari di tanti generi diversi ma qui la particolarità sta nel modello comunicativo con la città che si sviluppa con gli incontri con le scuole, i volontari, la collana di libri. Oltre naturalmente al programma messo insieme da Giulia Cogoli: se rimettete insieme i temi delle nove edizioni sembra che che si inseguano. Sono legati, sono come nove capitoli di un libro dove il filo conduttore è l'antropologia, l'attenzione all'uomo nel contemporaneo nei suoi rapporti sociali, la convivenza tra culture».

Cosa ha dato la città negli anni?

«Ha dato molto e non solo il bellissimo contesto paesaggistico. Il fatto è proprio che non è una città museo, ma una città viva. È la libreria in piazza fatta dai librai pistoiesi, sono i ristoranti e i locali, le vetrine lustrate a festa per i Dialoghi. C'è la sensazione di una manifestazione attesa in città».

Dialoghi ha fatto scoprire a Pistoia i grandi numeri del turismo culturale, che non snatura, contribuendo anche alla nomina nel 2017 di Capitale della Cultura. Deve crederci di più?

«I festival quando funzionano creano un certo tipo di comunicazione sulla città che li ospita.

Se ne parla ma se ne parla in un certo modo. L'effetto cartolina o fotografia oggi lascia solo il tempo che trova, invece Pistoia in questi anni si è posta e fatta conoscere come una città che fa investimenti sociali e culturali».

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