Il Tirreno

Pistoia

Borgo fa rivivere il sogno serie A

di Saverio Melegari
Borgo fa rivivere il sogno serie A

Il capitano della Pistoiese “Olandesina” torna al Melani: «Da questi colori non mi sono mai staccato»

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PISTOIA. È entrato su quel terreno verde, «roba che in Italia si vede da poche parti», con l’occhio lucido. Ha provato a trattenere le lacrime ma quando si è concesso ai giornalisti non ce l’ha fatta più perché «io da questi colori non mi sono mai staccato». Nei giorni di celebrazione dei 97 anni di storia dell’Us Pistoiese, la società arancione si è fatta, ed ha fatto, un regalo di lusso: avere in sede, per una mattinata, Sergio Borgo, il capitano che portò il vessillo dell’“Olandesina” fino in Serie A e che aveva la fascia al braccio nella stagione 1980/81, quella del 2-1 di Firenze e della vittoria a Catanzaro ma anche del 4-0 interno con la Roma che sancì l’inizio della fine.

«La prima volta che me ne sono andato di qua l’ho vissuta come un aborto – dice Sergio Borgo, oltre 250 presenze in maglia Pistoiese, senza troppi giri di parole – quando ero in viaggio mi sentivo le braccia e le gambe che mi si prolungavano di qualche centimetro per arrivare il prima possibile in questo stadio».

È lì che Borgo non resiste, cerca di andare avanti ma l’emozione è troppa. Una emotività che suona strana per uno che ha vinto uno scudetto con la Lazio ed ha legato il suo nome indissolubilmente a tre città: Pistoia, La Spezia e Novara, ultima sua esperienza nel calcio italiano. Nel mezzo una parentesi in Bulgaria che gli ha aperto un mondo e la nuova attività come “boss” di Wyscout, una piattaforma per l’analisi delle partite di calcio conosciuta da tutti i tecnici.

«Cosa mi ha colpito di tornare qua? L’organizzazione dello spogliatoio da parte dei magazzinieri, davvero uno spettacolo – aggiunge Borgo –. Nelle società serie ognuno deve avere il proprio ruolo ben definito e quindi faccio i complimenti al presidente Orazio Ferrari: ai miei tempi c’era Marcello Melani che era un istrione e Mario Frustalupi che era il mio capitano nonostante, in quella squadra, la fascia al braccio la portavo io».

Due domande, a distanza di quasi quarant’anni da quella Serie A, sono ancora irrisolte: come mai la Pistoiese crollò nel girone di ritorno e perché Luís Sílvio Danuello fu il più grande “bidone” del nostro calcio? «Era una squadra con equilibri particolari – ammette Sergio Borgo –. Io facevo da mutuo soccorso per tutti gli altri ed avevo il compito di rubar palla agli avversari per darla a Giorgio Rognoni e Frustalupi. Entrò dentro di noi la sindrome dell’errore a tutti i costi e diventò una spirale dalla quale non ne uscimmo più dopo il 4-0 preso in casa dalla Roma. Luis era un bravissimo ragazzo ma non era il suo palcoscenico dal punto di vista emotivo e tecnico: era un brasiliano di 17 anni che si era appena sposato e aveva altro a cui pensare. In un allenamento Edmondo Fabbri mi disse: “menalo un po’ per vedere se si sveglia” ma io non accettai. Il suo problema era tornare in Brasile senza avere i soldi per poi tornare in Italia un domani: alla fine, però, Marcello Melani gli pagò lo stipendio (600mila lire mensili) e disse che con quelli sarebbe stato bene per due anni».

Anima da capitano, sempre.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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