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Frane, montagna pistoiese la più a rischio in Toscana

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Frane, montagna pistoiese la più a rischio in Toscana

E a causa dell’intensivo utilizzo dei pozzi sulla Piana è attivo un esteso fenomeno  di subsidenza che potrebbe portare a progressivo impaludamento di certe aree

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di Valentina Vettori. Frane, piccoli smottamenti, problemi di subsidenza. Che il dissesto idrogeologico sia un fenomeno piuttosto diffuso sulla nostra montagna è noto da secoli. Che la provincia di Pistoia sia l’area più fragile e a rischio della Toscana, forse no, o almeno non per chi non sia un addetto ai lavori.

A confermare il primato, però, è lo studio all’avanguardia, basato sulle rilevazioni di satelliti dell’Agenzia spaziale europea, finanziato dalla Regione Toscana e portato avanti dal dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Firenze e dal Consorzio Lamma. E illustrato sulle pagine regionali del Tirreno nei giorni scorsi. Un tema che abbiamo approfondito con il geologo pistoiese Mauro Chessa, che ci spiega questi fenomeni e il perché, proprio in virtù di queste criticità, sarebbe necessario istituire la figura del “geologo del territorio”. Un referente incaricato di monitorare le situazioni e segnalare tempestivamente le criticità, così da poter intervenire per tempo. La proposta, avanzata anni fa dall’Ordine dei geologi, però non ha mai visto la luce.

«Il movimento franoso sulla montagna pistoiese – spiega Chessa – esiste da secoli». I fenomeni di dissesto, infatti, sono una caratteristica “normale” delle aree montane e ad accentuarne frequenza e portata sono l’abbandono progressivo di quelle zone, l’incuria e la mancata manutenzione del suolo, così come la scarsa manutenzione delle tubature che, in caso di rottura di una condotta (come accaduto nel caso della frazione di Pian dei Sisi, nel comune di Abetone-Cutigliano) determinano una forte presenza di fango fluido che “rompe” il terreno provocando grandi frane. A incidere su questi fenomeni, anche il progressivo abbandono dei boschi.

Da questo punto di vista «i territori più critici – prosegue Chessa – sono la zona di Cutigliano e, nel comune di Pistoia, la Valle dell’Ombrone. Questo inverno, particolarmente piovoso, ha messo a dura prova le condizioni del terreno, aumentando la gravità di criticità già presenti».

E di piccoli smottamenti o frane, nei mesi scorsi, si è praticamente perso il conto.

Ma non è solo la montagna a soffrire i movimenti del suolo. In pianura si assiste, infatti, alla cosiddetta subsidenza. Il fenomeno di abbassamento del suolo per cause naturali o, come nel caso pistoiese, determinato dal pompaggio dell’acqua dai pozzi utilizzati nei vivai. Un abbassamento che, seppur con tempi decisamente più veloci rispetto a quelli dei fenomeni naturali (lo studio evidenzia addirittura un centimetro l’anno), non desta particolare preoccupazione. Perché in pianura, le aree coinvolte dalla subsidenza sono molto estese e il fenomeno le coinvolge in modo uniforme, determinando un complessivo abbassamento, e non dislivelli o smottamenti. A lungo andare, però, quello che potrebbe venire a crearsi è un «progressivo impaludamento di certe aree, determinato dallo scarso deflusso dell’acqua».

Anche per questo, Chessa torna a parlare della vecchia proposta dell’“acquedotto verde”, avanzata proprio per contrastare questi fenomeni, e pensata per creare un sistema acquedottistico ad hoc, in grado di canalizzare le acque reflue per i vivai. Progetto, anch’esso, che non ha mai visto la luce.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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