Il Tirreno

Pistoia

Dissequestrata la discarica del Cassero

Dissequestrata la discarica del Cassero

Il tribunale del riesame ha annullato il provvedimento del gip: via i sigilli, l’impianto riprenderà presto l’attività

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SERRAVALLE PISTOIESE. Riapre la discarica del Cassero: il Tribunale del riesame di Pistoia ha annullato il decreto di sequestro disposto dal gip il 3 marzo dello scorso anno. Nessuna condizione per la ripresa dell’attività. I giudici, in sintesi, uniformandosi alle indicazioni della Corte di Cassazione, che, il 18 gennaio scorso, aveva rinviato a Pistoia il caso annullando per difetto di motivazione il loro no alla richiesta di dissequestro che era stata presentata dal presidente di Pistoiambiente Alfio Fedi e dal direttore tecnico dell’impianto Michele Menichetti.

Ieri, il Tribunale del riesame ha dichiarato di fatto l’illegittimità dell’originario provvedimento di sequestro, sulla base del quale la discarica è rimasta chiusa per oltre un anno. «Il provvedimento – spiegano i legali dei ricorrenti – ha chiaramente affermato che non esiste alcun profilo di colpa addebitabile ai gestori della discarica. E non fa alcun riferimento al provvedimento con cui la società Pistoiambiente, qualche mese fa, aveva dichiarato alla Regione di autoridursi le tipologie di rifiuti conferibili in discarica. I limiti che l’azienda si era autoimposta qualche mese fa e che la Regione aveva recepito con un provvedimento di “presa d’atto”, peraltro trasmesso anche alla procura di Pistoia, non costituiscono affatto la ragione che ha determinato il dissequestro. L’autoriduzione rispondeva piuttosto all’esigenza della Pistoiambiente srl di trovare una possibile soluzione ad una vicenda che stava provocando ingentissimi danni economici e di immagine alla società e che rischiava di pregiudicare irrimediabilmente l’esercizio dell’attività di impresa. I tempi della riapertura della discarica non spettano alla Regione. L’ordinanza di dissequestro è già stata eseguita e quindi l’impianto è di fatto già riaperto e legittimato a ricevere i rifiuti allo stato autorizzati».

Per adesso l’azienda ha deciso di riprendere l’attività con i limiti che si è autoimposta, per poi tornare alla normalità.

I giudici del riesame hanno accolto di fatto le censure mosse dalla Cassazione. La procura aveva puntato il dito sui rifiuti provenienti non da singole attività produttive ma da altri impianti di smaltimento, in cui vengono trattati e mischiati gli scarti provenienti da più aziende, accompagnati non da una descrizione analitica della caratteristiche di ciò che c’era di volta in volta nei camion, bensì con la sola prova di laboratorio svolta una volta l’anno dal produttore.

Secondo il Tribunale non c’è alcuna prova che così agendo sia stato commesso un reato: negli atti della procura non esiste alcun elemento che permetta di individuare con certezza né il ciclo produttivo dal quale tali rifiuti provengono né le loro caratteristiche. Per farlo «sarebbe stato necessario un approfondimento della consulenza del pm». In mancanza di tale presupposto cade il “fumus” connesso al profilo di colpa del gestore.

Oltre a ciò, ad oggi non è certa la regola iuris applicabile in relazione al criterio di analisi di tali rifiuti: anche se a sequestro già in corso, chiamata in causa su casi simili avvenuti in altre zone d’Italia la Cassazione ha infatti rimesso alla Corte di giustizia europea la questione. «Sino alla pronuncia del giudice comunitario è incerta la portata dell’obbligo di analisi del rifiuto gravante sul produttore e, di conseguenza, ancor più incerta la posizione del gestore che quel rifiuto riceve» spiega il tribunale. E quindi, nessuna colpa può essere al momento attribuita al gestore.

E ciò si ripercuote anche sul pericolo che secondo la procura sarebbe derivato dalla ripresa dell’attività: se non si conosce la composizione dei rifiuti è impossibile affermare che in discarica possano essere state conferite, o che possano esserlo in futuro, sostanze pericolose. «Il tribunale – spiegano i legali – ne ha escluso la sussistenza e non ha attribuito alcuna rilevanza alla consulenza sull’incendio depositata dal pm all’udienza».

Massimo Donati

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