Lutto
Scandalo dei cimiteri, chieste 11 condanne
Alla sbarra per traffico di lapidi e resti umani dispersi. Il Comune vuole 240.000 euro per il danno alla sua immagine
PISTOIA. Salme smembrate e in parte risepolte perché trovate non ancora completamente mineralizzate, resti umani non identificabili infilati nei sacchi della spazzatura e “parcheggiati” nel deposito cimiteriale, a volte mischiati con quelli di altri defunti, lapidi e arredi funebri riciclati e rivenduti a prezzi stracciati.
Undici le richieste di condanna che il pm Luigi Boccia ha fatto martedì 27 marzo al termine della sua requisitoria nel processo che vede sul banco degli imputati 12 fra operatori cimiteriali e imprenditori del settore, oltre a un ispettore del Comune (ex addetto ai controlli cimiteriali) e a un assistente della polizia municipale.
Le imputazioni. Al termine dell’inchiesta portata avanti dagli investigatori della sezione di pg della Guardia di finanza, in tutto sono 41 i capi di imputazione contestati loro a vario titolo, con reati che vanno dalla soppressione e distruzione di cadavere al peculato, dalla violazione di sepolcro all’abuso d’ufficio, dall’omessa denuncia al falso.
L’assistente della Polizia municipale è invece imputato unicamente per violazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento: Antonio Baroncelli, 66 anni, avrebbe avvertito il titolare di un negozio di fiori che si trovava all’ingresso del cimitero comunale principale di un’imminente ispezione da parte dei vigili urbani, invitandolo a rimuovere dal suo cortile le lapidi usate che secondo il pm provenivano dal riciclaggio.
Le richieste. Per Guido Tesi, ex dipendente dell’azienda ex assegnataria del servizio di gestione dei cimiteri, il pm ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione; un anno per l’ispettore comunale Nicola Livi (accusato di abuso d’ufficio per aver comunicato a Tesi l’esistenza delle denunce e dell’inchiesta); 4 anni e 6 mesi per l’operatore cimiteriale Alessandro Tonini, di Pistoia; 2 anni per Diego Traversari, di Pescia (operatore cimiteriale); 2 anni e 6 mesi per Giampaolo Chiesa, di Monsummano, (operatore cimiteriale); un anno e mezzo per Giovanni Matulli, di Pistoia (operatore cimiteriale); 2 anni per Saverio Folino, di Pistoia (operatore cimiteriale); 2 anni e 4 mesi per Gerardo Delle Rose, allora titolare di un negozio di fiori davanti al cimitero comunale; un anno e mezzo per Paolo Pisaneschi, pistoiese, allora proprietario di due attività di marmista; un anno e mezzo per Stefano Lupi, di Prato, anch’egli titolare di un’attività di rivendita lapidi; 6 mesi per Antonio Baroncelli.
Per l’operatore cimiteriale Francisco Mori, di Monsummano, il pubblico ministero ha invece chiesto l’assoluzione.
Parti civili nel processo, i familiari di due defunti le cui salme sono state profanate, nonché il Comune di Pistoia, rappresentato dall’avvocata Sara Battistini, che, al termine della sua arringa, a chiesto che il tribunale condanni gli imputati, oltre che alle pene richieste dalla procura, anche a risarcire il danno d’immagine causato all’ente con il loro comportamento: 240.000 euro complessivi.
Le indagini che hanno portato al processo erano partite non solo dalle lamentele di cittadini su un presunto traffico di tombe riciclate nei cimiteri comunali, ma anche da alcune denunce presentate da coloro che si erano ritrovati a non avere più alcuna certezza sulla fine che avevano fatto le spoglie dei loro cari riesumati. All’alba del 24 gennaio 2014, era scattato il blitz della Guardia di finanza con perquisizioni e sequestri.
Nel corso delle perquisizioni erano stati rinvenuti al cimitero diversi sacchi contenenti i resti di riesumazioni, immagazzinati in attesa della decisione dei familiari sulla futura destinazione delle spoglie dei loro cari: su una quindicina non era stata trovata alcuna indicazione, rendendo di fatto impossibile determinare l'appartenenza dei resti senza l’esame del Dna. Da qui l’ipotesi di reato di vilipendio e sottrazione di cadavere.
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