Il Tirreno

Pistoia

Scout condannato a 4 anni a Pistoia per abusi su un bambino

Un’aula del tribunale di Pistoia (foto d’archivio)
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Un’aula del tribunale di Pistoia (foto d’archivio)

L’undicenne fu portato dal giovane animatore in un campo lontano dalla strada  durante un raduno parrocchiale e poi minacciato: ''Se lo racconti ti picchio''

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PISTOIA. Per quasi una settimana non ne aveva parlato con nessuno. Poi, mentre la mamma, come suo solito, gli leggeva una storia per farlo addormentare, le aveva confidato quello che gli era successo. Di quel ragazzo grande, di quello scout che, durante il raduno parrocchiale, lo aveva portato in un campo dietro la chiesa e, una volta lì, gli aveva abbassato pantaloni costringendolo a subire un rapporto. Mentre si riprendeva con il telefono cellulare. Per poi intimargli di non raccontarlo a nessuno, se no lo avrebbe picchiato.

Era il gennaio di due anni fa quando la donna, dopo essersi consigliata anche con una psicologa, si era rivolta alla polizia per denunciare la violenza subita dal figlio non ancora dodicenne. L’altra mattina, davanti al gup del tribunale di Pistoia, è stato celebrato il processo per rito abbreviato nei confronti dello scout del circondario empolese identificato al termine delle indagini immediatamente avviate. Il giovane – all’epoca dei fatti aveva 19 anni – accusato di violenza sessuale aggravata, è stato condannato a 4 anni di reclusione (grazie allo sconto di un terzo previsto dal rito alternativo) e all’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela e alla curatela dei minori. La giudice dell’udienza preliminare Maria Elena Mele lo ha inoltre condannato al pagamento di 15.000 euro alla parte civile (la madre del ragazzino, rappresentata dall’avvocato Gianluca Tencati, del foro di Rimini) a titolo di risarcimento del danno subito.

Il pm aveva chiesto la condanna a 5 anni.

Come detto, la vicenda, avvenuta in provincia di Pistoia, risale al 2016. Non indichiamo luoghi precisi e generalità del condannato per non rischiare di rendere identificabile la giovanissima vittima. Che, quel giorno di metà gennaio, partecipava insieme alla mamma ad un raduno parrocchiale, con adulti, bambini e scout che curavano l’animazione per questi ultimi.

Una settimana dopo, il bambino aveva domandato alla madre se avrebbe potuto dirle una cosa senza che lei si preoccupasse. E alla risposta affermativa di lei, le aveva raccontato quello che gli era accaduto. E la donna si era subito ricordata di quello scout che ad un certo punto, mentre lei partecipava alla riunione fra adulti, le aveva chiesto se poteva portare il figlio fuori a giocare a pallone. Lei aveva detto di sì: fuori c’erano anche altri bambini e altri scout...

Il figlio le aveva confidato anche che quel ragazzo, dopo averlo preso per un braccio e averlo portato in un campo incolto lontano dalla strada e avergli fatto quelle cose, prima di lasciarlo andare lo aveva minacciato: «Stai zitto, non dirlo a nessuno altrimenti ti picchio».

Un racconto che il figlio aveva poi ripetuto anche alla psicologa che la madre non aveva esitato a contattare e, nel corso delle indagini, anche durante un incidente probatorio, al consulente tecnico incaricato dalla procura, che aveva ritenuto la sua versione dei fatti veritiera.

Così come, l’altra mattina, ha ritenuto perfettamente attendibile il racconto della vittima la gup del tribunale, che ha condannato il giovane empolese. Che era stato riconosciuto senza esitazione, dopo la denuncia, dalle foto che la polizia aveva mostrato a madre e figlio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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