Sicurezza
«Non motivato dai giudici il no al dissequestro della discarica»
Cassero, ecco il perché la Cassazione ha annullato la decisione del Tribunale del riesame di Pistoia che in particolare non ha spiegato per quale motivo la riapertura dell’impianto sarebbe un pericolo
CASALGUIDI. Nel provvedimento, neppure un accenno alla complessa situazione normativa e ai relativi dubbi interpretativi sugli obblighi a carico di chi conferisce i rifiuti e dei gestori delle discariche. Non solo. Che sia stato commesso o meno un reato, carenza ben più decisiva è il fatto che, nel motivare il no al dissequestro, i giudici non hanno spiegato perché riaprire la discarica del Cassero sarebbe tutt’ora pericoloso.
Queste in sintesi le motivazioni alla base della decisione con cui, il 18 gennaio scorso, la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il provvedimento con cui, il 24 marzo 2017, il Tribunale del riesame di Pistoia aveva confermato l’ordinanza con cui il gip aveva disposto il sequestro della discarica del Cassero. Annullamento che, nell’udienza già fissata per il prossimo 29 marzo, obbligherà i giudici pistoiesi a riesaminare nuovamente il ricorso presentato per ottenere il dissequestro dal presidente di Pistoiambiente Alfio Fedi e dal direttore tecnico dell’impianto Michele Menichetti.
La discarica del Cassero è sotto sequestro – su richiesta del sostituto procuratore Luigi Boccia – dal 4 marzo 2017, nell’ambito dell’inchiesta aperta dopo il rogo divampato il 4 luglio precedente. Nel procedimento penale sono indagati il presidente Fedi e il direttore tecnico Menichetti, a cui il pm contesta di aver consentito che in discarica finissero rifiuti con concentrazioni di idrocarburi pesanti notevoli, o con polveri di alluminio (che al contatto con l’acqua generano gas altamente infiammabili) che, per legge e in base all’autorizzazione ambientale, non avrebbero dovuto essere accolti.
Secondo i difensori la lettura che aveva dato il Tribunale del riesame delle norme vigenti in materia di conferimento dei rifiuti in discarica non solo non è applicabile ma è contraria alla normativa europea. I giudici pistoiesi, invece, avevano sostenuto che, anche se non è stato dimostrato che ciò è stato la causa dell’incendio, fino al 4 luglio 2016 all’interno della discarica del Cassero erano finite decine di tonnellate di rifiuti che i gestori non avrebbero dovuto accettare. Con una violazione della legge sempre in atto quando, per impedire la reiterazione dei reati ipotizzati dalla procura, il 4 marzo successivo il gip aveva sequestrato l’impianto.
Il tribunale del riesame aveva puntato il dito in particolare sui rifiuti provenienti non da singole attività produttive (generati cioè nel corso del medesimo processo), ma da altri impianti di smaltimento, in cui vengono trattati e mischiati gli scarti provenienti da più aziende. Carichi su carichi arrivati al Cassero senza essere accompagnati da una descrizione analitica della caratteristiche di ciò che c’era di volta in volta nei cassoni dei camion, bensì con la sola prova di laboratorio svolta una volta l’anno dal produttore.
La Cassazione contesta al Tribunale del riesame di aver omesso nel proprio provvedimento qualsiasi riferimento alle normative in base alle quali quei rifiuti non dovevano finire al Cassero, nonché ogni tipo di «considerazione all’efficacia del regolamento in materia dell’Unione europea e alla necessità di interpretare in senso ad esso conforme la normativa nazionale». In pratica, di aver omesso qualunque indicazione sul perché quei rifiuti siano stati classificati come pericolosi e sui presupposti legali considerati nel contestare i reati addebitati ai due indagati e nel dire no al dissequestro della discarica.
Carenze che, spiegano i giudici romani, non consentono loro neppure di verificare se, nel caso specifico della discarica del Cassero, vi siano (come avvenuto per altri casi simili) o meno questioni di interpretazione normativa da sottoporre alla Corte di giustizia europea.
«Resta in ogni caso un punto di radicale e decisiva carenza del provvedimento, riferibile alla necessità del mantenimento del vincolo» conclude la Cassazione. Sottolineando che, comunque, non vi è «alcun riferimento al materiale conferito che sia ancora presente nell’area, al pericolo che ne discenderebbe al bene protetto né al concreto e dimostrato pericolo di futuri conferimenti inquinanti e/o pericolosi».
Per questo, il 29 prossimo, se il Tribunale del riesame deciderà di confermare il no al dissequestro, lo dovrà motivare spiegando il perché sussista ancora un pericolo «concreto e attuale direttamente collegato» alla riapertura della discarica.
Massimo Donati
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